da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Passò come una meteora, ma alcuni ancora ricordano un suo discorso in cui parlava di Dio come padre e madre, per altro sulla base di una simbologia biblica. Anche Dario Fo aveva in mente quell’immagine e in uno spettacolo del 1996 a Benevento aveva ripreso con la sua ironia un po’ dissacrante le parole di papa Giovanni Paolo I, alias Albino Luciani. La trama di quello spettacolo era entrata poi nella sua Bibbia dei villani (Guanda 2010), un libro che s’apriva proprio con un papa Luciani che dichiarava: «Dio è più che madre e padre! Il Creatore furente – continuava Fo – era spuntato all’istante dalle nubi: “Ehi Albino! Che dici?! A rapporto!”. E il papa è volato in cielo», dopo un pontificato di soli 25 giorni nel settembre 1978.
Il centenario della nascita di questo artista dello sberleffo e il decennio della sua morte hanno già sollecitato tanti articoli commemorativi di taglio letterario o socio-culturale. Mi permetto ora – anche nella veste di fondatore del “Cortile dei Gentili”, istituzione italo-vaticana dedicata al dialogo tra credenti e non – di far salire sulla ribalta Dario Fo, rimandando tra l’altro al suo dialogo con Giuseppina Manin emblematicamente intitolato Dario e Dio (Guanda 2016). È, infatti, molto significativa, anzi quasi programmatica, una sua dichiarazione in premessa alla sua opera più celebre Mistero buffo (1969; si veda l’ed. curata nel 2003 dalla moglie, compagna anche d’arte, Franca Rame per Einaudi).
Affermava Fo, ribadendo la sua antica eredità ideale: «Il giullare, cioè l’attore comico popolare del Medioevo, non si buttava a sbeffeggiare la religione, Dio e i santi, piuttosto si preoccupava di smascherare, denunciare in chiave comica le manovre furbesche di coloro che, approfittando della religione e del sacro, si facevano gli affari propri». Sempre in quel suo capolavoro – che sicuramente fu alla base dell’assegnazione del Nobel nel 1997, anche perché già tradotto in svedese – appare a tutto tondo la figura di Gesù, «il Dio che si fa uomo e viene sulla terra a ridare speranza, a offrire la primavera e soprattutto la dignità».
Due sono sostanzialmente le fonti a cui attinge l’artista: da un lato, i testi evangelici canonici e d’altro lato, con impressionante abbondanza, i Vangeli apocrifi a cui s’accompagna l’affabulazione popolare anche moderna (ad esempio, i cantastorie della sua terra d’origine, il Varesotto, in particolare di Porto Valtravaglia). Cechiamo, allora, qualche esempio riferendoci sempre a quella summa della sua conoscenza religiosa che è il Mistero buffo. Un suggerimento particolare ci è offerto da un altro suo volume che vede sempre la curatela di Franca Rame, Gesù e le donne (Rizzoli 2007). La chiave selettiva è quella che gli esegeti chiamano il “criterio storico della discontinuità”.
Gesù, infatti, rivela la sua originalità e difformità dalle coordinate socio-culturali e religiose del suo tempo nella libertà del suo approccio con le donne, relegate ai margini dal regime patriarcale allora vigente. Nel Mistero a entrare in scena per prima è sua madre Maria che viene seguita soprattutto al Calvario ai piedi della croce. Cisto non esita, però, a incontrare anche quelle che erano ancor più escluse dal consorzio umano come un’indemoniata (Luca 13,10) o l’emorroissa resa impura da mestruazioni incessanti (Marco 5,25-34), oppure le donne straniere come la samaritana (Giovanni 4,5-42) o la madre di origine indigena cananea o sirofenicia di Tiro e Sidone che riesce a piegare con la sua ostinazione materna la freddezza sgradevole dello stesso Cristo (Matteo 15,21-28).
Non parliamo poi delle donne “immorali” agli occhi dei perbenisti come il fariseo Simone che rimane scandalizzato vedendo una prostituta bagnare di lacrime, baciare, cospargere di profumo e asciugare i piedi di Gesù proprio a casa sua durante un banchetto (Luca 7,36-50). Come non pensare poi all’adultera salvata dalla lapidazione e perdonata sulla spianata del tempio di Gerusalemme (Giovanni 8,1-11)? La tipologia femminile prediletta nell’uditorio di Gesù permette a Fo di lanciare i suoi strali contro l’istituzione rigida e frigida della Sinagoga di allora, ma soprattutto della Chiesa ufficiale di oggi.
Avendone avuto esperienza anche diretta, mi viene spontaneo a questo proposito evocare i dialoghi di Fo con p. Turoldo, in assonanza tra loro nella critica ma in dissonanza per la scelta di fede del frate e poeta. In questa linea è da collocare l’altra fonte a cui attingeva l’artista, i Vangeli apocrifi e le tradizioni leggendarie su Gesù, non di rado espressione di una deriva eterodossa della religiosità popolare. Inoltre Fo era affascinato dal gioco pirotecnico della fantasmagoria che in questi scritti si impegnava senza esitazione a colmare i “vuoti” dei Vangeli, soprattutto negli anni nazaretani di Cristo dall’infanzia alla maturità.
Non per nulla nel Mistero buffo una sezione è riservata al «primo miracolo di Gesù Bambino», quando s’addestrava a trasformare in esseri viventi gli uccellini plasmati con la creta nei suoi giochi. Anzi, lo stesso Fo si eserciterà a elaborare una prefazione alla non ineccepibile raccolta di Vangeli apocrifi curata da Marcello Craveri nel 1969. La libertà creativa dell’artista non aliena dal lazzo, miscelata con le spezie degli apocrifi e delle mitologie orientali, si rilevava così in tutta la sua potenza desacralizzante e dissacrante ma pur sempre curiosa di affacciarsi sul sacro.







