da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
«Statura alta, ben proporzionato, capelli col colore delle noci di Sorrento mature, dritti fino alle orecchie, increspati in giù con ricci chiari e lucenti, ondeggianti sulle spalle. Fronte liscia e serena, viso senza rughe o macchie, abbellito da un tenue rossore, naso e bocca perfetti… Occhi azzurri, vivaci, brillanti. Barba abbondante e bipartita, dello stesso colore dei capelli. Mani e braccia graziose alla vista… Chi lo guarda non può non amarlo e temerlo». Questo ritratto di Gesù alla Robert Redford ante litteram è incastonato in una falsa lettera tardo-medievale del vero proconsole romano Gneo Cornelio Lentulo. A distanza di secoli ci siamo, invece, abituati allo scabro e impressionante volto di Enrique Irazoqui del Gesù di Pasolini nel Vangelo secondo Matteo (1964) o a quello agghindato e patinato di Robert Powell che incarnava il Gesù di Nazaret (1977) di Zeffirelli, contrapposto al rude e primitivo volto del Son of God creato graficamente dalla BBC nel 2001.
Incessante fu la sfida artistica e popolare di ricomporre i lineamenti ignoti (gli evangelisti a riguardo sono muti) di una figura che ha sconvolto la storia, a parte il ricorso piuttosto problematico al profilo stampato sulla Sindone torinese. Ad abbozzare una mappa dell’ardua «costruzione del volto di Cristo» così come è stata proposta in un numero sterminato di immagini artistiche e popolari, si cimenta ora Michele Bacci dell’università svizzera di Friburgo, tentando di introdurre qualche ordine di questo immenso pantheon figurativo e devozionale, ora mirabile ora stucchevole.
Fin dagli esordi cristiani si è, infatti, cercato di colmare quel silenzio visivo ricorrendo all’oscillazione di due modelli “polari” tra loro. Si è immaginato per Cristo fin dal III sec. un viso sgraziato sulla base di un celebre passo messianico isaiano, nel cosiddetto quarto canto del Servo del Signore: «Non ha apparenza né bellezza per attrarre il nostro sguardo, non splendore per poterne godere» (53,2). Lapidario era stato Origene: «Gesù era piccolo, sgraziato, simile a un uomo da nulla». All’antipodo, l’immaginario popolare e altri Padri della Chiesa a partire dal IV secolo, sull’influsso dell’estetismo idealizzato greco-romano, proposero un Gesù avvenente, incarnazione di un altro passo messianico dell’Antico Testamento, il carme nuziale regale del Salmo 45: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo» (v. 5). E nonostante s. Agostino ripetesse che «noi ignoriamo totalmente quale fosse il suo volto», fu questa l’immagine vincente, ribadita in mille e mille ritratti stupendi ma anche in una pletora di oleografie dolciastre e retoriche.
Nel suo ampio saggio – curiosamente nato in inglese e tradotto in italiano dallo stesso autore – Bacci cerca di condurre il lettore in un caleidoscopio ove è cristallizzata l’infinita ricerca di Cristo che, sia pure in un altro senso, aveva lasciato serpeggiare tra i suoi uditori, credenti e non, quell’interrogativo emblematico: «Ma voi chi dite che io sia?» (Matteo16,15), costringendoli a una risposta che ha allestito nei secoli una biblioteca babelica e, nel nostro caso, una pinacoteca sterminata.
La ricerca dello studioso, che è docente di storia dell’arte medievale, è sostanzialmente articolata a dittico. La prima tavola è, per così dire, più teorica, protesa com’è all’identificazione dell’immagine archetipica che è un anelito presente in tutte le religioni e culture. Di esse vengono offerte esemplificazioni significative che si allargano a tutte le figure sante delle quali si abbozzano ritratti tenendo conto dell’esplorazione sia diretta della loro fisicità reale, sia indiretta attraverso la documentazione scritta e figurativa. È, quindi, la reificazione del trascendente divino o umano-spirituale secondo procedimenti che qui vengono vagliati e che ricompongono quella che è chiamata la religious materiality.
A questo punto si apre il secondo quadro del dittico, decisamente più rilevante e “colorato”, dedicato al volto di Cristo. Sono pagine rigorose sia a livello documentario sia in sede iconografica, con una selezione tematica suggestiva, tenendo conto della già evocata complessità e varietà del look assegnato a Gesù nei secoli. Così, oltre alla fisionomia più o meno bella o brutta secondo il citato rimando allegorico biblico adottato, si crea un identikit del personaggio in tutta la sua fisicità e storicità immaginata. La diacronia stessa, dalla tarda antichità cristiana al Medioevo, rivela una molteplicità di opzioni, sempre fondate su fattori teologici e letterari piuttosto che su rimandi al reale fenotipo del Vicino Oriente.
Spesso l’artista opera un’autoidentificazione con l’orizzonte umano in cui è inserito. Diventa, allora, interessante seguire con Bacci – quasi in una galleria di ritratti sorprendenti – alcuni lineamenti specifici delle metamorfosi somatiche del Cristo “immaginato”. Un rilievo particolare è riservato a due componenti, la pelle col suo colore e soprattutto la capigliatura solitamente lunga, talora riccia e lanosa (a differenza di un s. Paolo calvo). Il fascino della documentazione sta proprio nello sforzo di motivare le diverse acconciature ricorrendo soprattutto alla via maestra della lettura allegorica di testi biblici di altro contenuto e finalità.
Data la vastità della ricerca di Bacci, è solo con la lettura delle sue pagine, punteggiate di sorprese e capaci di essere persino narrative, che si scoprono questi volti cristologici simbolici e spesso affascinanti. Potremmo liberamente concludere con una duplice affermazione tematica provocatoria. Lo scrittore “laico” Alfredo Oriani (1852-1909) confessava: «Credenti o increduli nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa». Anche volendo evitarlo, ti imbatti in lui, come riconosceva Aleksandr Blok che, in piena rivoluzione sovietica, nel 1918, pubblicò un poema intitolato I Dodici: «Quando l’ebbi finito, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!».







