da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.
Si può scommettere: se a una persona non particolarmente sensibile alla musica classica, si dovesse chiedere un hallelujah pasquale, in modo spontaneo inizierebbe a canticchiare il motivo del possente coro del Messia di Haendel, un debordante hallelujah in re maggiore. Esso abbacina ogni ascoltatore trascinato quasi ad accompagnare orchestra e cantori, anzi, invitato nei paesi anglosassoni a levarsi in piedi durante l’esecuzione quasi in un gesto liturgico. Composto nel 1741 e subito eseguito a Dublino, ebbe un tale successo che nelle repliche a causa della folla enorme e compatta, fu proibito alle signore di portare borse o panieri (negli intervalli si banchettava) e agli uomini di cingere le spade.
Teniamo liberamente in sottofondo questo oratorio, il più popolare del grande musicista di Halle (1685) morto a Londra (1759): egli, infatti, brillava in questo genere perché ne scrisse una piccola valanga dedicata a tanti personaggi biblici, da Ester a Debora, da Atalia a Saul, da Israele in Egitto a Sansone, da Giuseppe e i suoi fratelli al re Baldassarre, da Giuda Maccabeo ad Alessandro Balas, Da Giosuè a Salomone, da Susanna e Jefte, dalla passione alla risurrezione di Cristo fino alla martire cristiana Teodora (IV sec.), per non parlare degli oratori a soggetto profano. Sull’eco dell’hallelujah del Messia (il vocabolo ebraico significa «lodate il Signore»), proporremo una scena evangelica pasquale.
Siamo sul litorale del lago di Tiberiade. Il Risorto con alcuni suoi discepoli, ritornati alla professione di pescatori, ha cucinato alla brace e consumato un pasto a base di pesce appena pescato. Poi sposta lo sguardo su Pietro e inizia con lui un dialogo. L’episodio è incastonato in un’ultima pagina aggiunta al quarto Vangelo (21,15 – 19) ed è diventata celebre perché considerata come la cancellazione del triplice rinnegamento dell’Apostolo nel cortile del palazzo del sommo sacerdote (Matteo 26,69 -75).
Il dialogo è ben sceneggiato da Giovanni: l’attenzione di coloro che riescono a leggere il greco è legata però a una curiosa variante verbale affidata a due termini dal valore affine ma non identico che costituiscono il nerbo del confronto. Da un lato, c’è il verbo agapán, “amare”, usato soprattutto da Gesù, e dall’altro philéin, “voler bene”, sulle labbra di Pietro. Ecco il dialogo. Gesù: «Simone di Giovanni, mi ami…?». Pietro: «Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù: «Simone di Giovanni mi ami?». Pietro: «Certo, Signore, tu sai che ti voglio bene».
Infine, per la terza volta anche Gesù si accontenta del verbo “minore”: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Alcuni esegeti ritengono questa alternanza una variazione di stile, così come nel greco di questo racconto si usano termini diversi per indicare il gregge: «agnelli» e «pecore», e il «pascolare» e «pascere». Si può, però, pensare che l’evangelista abbia voluto sottolineare la consapevolezza del limite da parte di Pietro. Il suo amore, infatti, era stato debole nella notte del tradimento e ora egli confessa con tristezza di riuscire solo a dire di «voler bene» (philéin) a Cristo e non ancora di amarlo (agapán) totalmente.
È ciò che, però, farà con il suo martirio adombrato dalle ulteriori parole di Gesù che gli ricorda il suo futuro di vecchio che «tende le mani, un altro lo veste e lo porta dove lui non vuole». L’evangelista commenta: «Questo disse Gesù per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio». La tradizione assegnerà pure a Pietro la crocifissione come per il suo Signore, anche se capovolto. A questo punto proponiamo una digressione artistica.
In Vaticano nella Cappella Paolina (dal nome del papa Paolo III), adiacente alla Sistina, Michelangelo ha lasciato tra il 1545 e il 1550 uno dei suoi ultimi capolavori. È appunto un affresco con la crocifissione di Pietro la cui figura, non ancora inchiodata (i chiodi sono un’aggiunta posteriore), impressiona per il volto duro, corrucciato, quasi irato che fissa lo spettatore con occhi ardenti, mentre il corpo posto di traverso sembra uscire dall’affresco e stendersi all’esterno. Michelangelo vuole fissare il momento cosciente antecedente al martirio. Quando gli elettori del nuovo papa, passano dalla Paolina nella Sistina, sono ammoniti da quel volto: il ministero petrino non è una carica di potere ma una missione sofferta e severa, aperta anche al sacrificio si sé.
In appendice, vorremmo evocare in quel racconto un particolare curioso: antecedente al dialogo con Pietro è la descrizione di una pesca miracolosa operata su indicazione di Gesù da quei discepoli. La narrazione è tutta carica di iridescenze simboliche. Sorprende l’annotazione sul numero esatto dei pesci pescati, 153. In passato avevo cercato di raccogliere tutte le interpretazioni metaforiche di questo dato a prima vista oggettivo: agli esegeti ovviamente si erano associati anche i matematici. In verità, già s. Agostino, che pure tenterà una sua speculazione allegorica, dichiarava che si tratta di «un grande mistero».
Citerò ora solo l’ipotesi più ribadita. Il 153 è una cifra triangolare che ha per base il 17, secondo un sistema di calcolo praticato nell’antichità greca. Ora, 17 può essere scomposto in 10 + 7, laddove 10 indica secondo la numerologia biblica una moltitudine e 7 una pienezza e totalità. Si rappresenterebbe, così, la futura comunità dei credenti in Cristo, ossia la Chiesa unita dalla comune fede, indicata forse anche dal cenno alla rete che non si rompe, nonostante il carico del pescato.







