Trappole
tassonomiche

I bambini piccoli, affacciandosi al mondo degli animali, dimostrano un senso innato della tassonomia (lo studio e le regole della classificazione); viene loro naturale, infatti, definire le categorie degli esseri viventi a partire dall’ambiente in cui si spostano: i pesci nuotano nel mare, gli uccelli volano nel cielo, i mammiferi camminano sulla terra. Poi però imparano che le cose sono più complicate di quelle che sembrano: vi sono pesci come il saltafango (Oxudercinae) che deambulano sulla terra nelle zone intertidiali durante le basse maree; vi sono uccelli come l’emù (Dromaius novaehollandiae) che percorrono grandi distanze sulla terra correndo a velocità di 50 km/h; vi sono mammiferi marini come i cetacei dentati (odontocetes) e per cui la terra rappresenta un pericolo mortale (i delfini spiaggiati).

Diventando grandi, i ragazzi devono quindi ricalibrare le loro categorie iniziali non a partire da dati funzionali facilmente osservabili ma da dati più complessi. Eventualmente si rendono conto che le categorie da usarsi sono tante e non sempre esclusive. Un pesce si qualifica, per lo più, per essere un vertebrato squamato, oviparo, a sangue freddo, che usa le branchie per respirare e ha solo appendici conosciute come pinne; un uccello è, per lo più, un vertebrato bipede piumato, a sangue caldo, dotato da arti superiori congiunti in una furcula (l’osso centrale fra i due omeri che si trova anche fra le ali dei polli e che permette di sbattere le ali), che si riproduce covando le proprie uova; un mammifero è, per lo più, un vertebrato a sangue caldo con quattro arti, che respira come un uccello attraverso i polmoni, dotato di una neocorteccia cerebrale e di ghiandole mammarie che permettono l’allattamento di cucciolo che nascono quasi sempre dopo una gestazione intracorporea per mezzo della placenta (anche se vi sono dei mammiferi che depongono le uova, come gli ornitorinchi, Ornithorhynchus anatinus).

Questo sforzo non sembra mai avere fine al punto che a diventare l’oggetto della ricerca possono diventare le categorie stesse. Ne sono un buon esempio i pipistrelli, mammiferi che hanno modificato il loro scheletro adattandolo al volo. Alcuni, come le volpi volanti della Malesia (Pteropus vampyrus), riescono a volare per decine di chilometri e sono capaci di effettuare acrobazie aeree degne di rondini e di falchi. Molti ritengono che i pipistrelli siano i soli mammiferi volanti. Ma esiste una specie di scoiattoli – i cosiddetti scoiattoli volanti di Giava (Iomys horsfieldii) – che possono, buttandosi dagli alberi, planare per un centinaio di metri, effettuando inversioni in volo di 180 gradi, e questo grazie a delle membrane speciali che trasformano il loro corpo in tute alari del tipo usate nel sport estremo del base jumping. Ma planare è volare? Forse no, ma chi vedendo un aliante non lo includerebbe nella stessa categoria di un aereo?

Più si va avanti nel conoscere, più le categorie si moltiplicano; e più si va avanti ancora, più queste ultime si raffinano. D’altronde, la teologia conosce bene questo principio; una delle sue applicazioni è riassunto in un motto caro alla Compagnia di Gesù: numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter. Il sapere più evoluto diffida delle negazioni, non si accontenta delle affermazioni e si alimenta di distinzioni frequenti.