Sconfiggere lo spettro della violenza

Negli Stati Uniti sono 917 i gruppi organizzati che inneggiano all’odio razziale. Il Southern Poverty Law Center dichiara di tenere sotto controllo 1.600 gruppi estremisti che operano in tutto il Paese, 940 solo nel 2019. Numeri ancora più preoccupanti se si considera l’ondata di violenza e disordine che ha travolto gli Stati Uniti d’America, a ridosso delle elezioni presidenziali.

L’opinione pubblica, statunitense e internazionale, si spacca sotto i colpi dell’odio razziale, della discriminazione e dell’intolleranza. Il caso di George Floyd – l’afroamericano rimasto ucciso durante un fermo della polizia a Minneapolis lo scorso 25 maggio – accende la miccia di una questione dura da digerire che in fondo è radicata da secoli nel tessuto socio-culturale a stelle e strisce, ma che a volte viene dimenticata o offuscata. Il silenzio stavolta non ha avuto la meglio e i cittadini, nei mesi scorsi, sono scesi numerosi per le strade delle grandi metropoli per protestare a gran voce contro gli abusi della polizia nei confronti delle minoranze etniche, in particolare nei confronti dei cittadini afroamericani. Proteste pacifiche si alternano da settimane a scene di guerriglia urbana innescate da gruppi di facinorosi.

Papa Francesco, nel corso della sua udienza estiva ha ribadito che “il razzismo è un peccato. Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”.

Perdere la vita, essere emarginati e sottomessi per questioni razziali nel XXI secolo è impensabile, ancora più grave è se a compiere un gesto di tale brutalità è chi dovrebbe proteggere e difendere. Gli episodi di George Floyd, Breonna Taylor, David McAtee, ma anche quello di Willy Monteiro Duarte che ha riacceso il dibattito in Italia, rischiano di finire soffocati nell’indifferenza di una società che a volte tende a sminuire l’accaduto o a collocarlo come un “caso isolato”.

Ma ognuno di noi cosa può fare? Come curare una ferita aperta da così tanto tempo e cercare di attenuare il dolore che affligge un’intera comunità? Le proteste pacifiche non bastano. C’è bisogno di molto più dialogo, di combattere in maniera costruttiva fianco a fianco con chi è schiacciato da questi abusi, da un razzismo sistemico ormai fin troppo radicato e che troppo spesso viene ridimensionato.

Condannare i disordini e ogni tipo di comportamento violento è lecito, anche se comprendere la frustrazione e l’indignazione di chi ha deciso di scendere in piazza e far sentire la propria voce non è sempre facile, soprattutto quando queste manifestazioni vengono accompagnate da esplosioni di violenza contro le autorità. Nonostante questo ognuno è chiamato a fare la propria parte perché le grida di chi sistematicamente viene oppresso dalla società non possono più essere ignorate.