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La ripresa odierna d’interesse nei confronti dell’economia civile

di Stefano Zamagni, membro della Consulta scientifica del “Cortile dei Gentili”.

A partire dalla prima metà dell’Ottocento, la visione civile dell’economia scomparve sia dalla ricerca scientifica sia dal dibattito politico-culturale, marginalizzata dalla filosofia utilitarista di Bentham, che vedeva come protagonista della società l’homo oeconimicus e la crescente affermazione del fenomeno industriale. Con il predominio delle macchine, i ritmi di vita cadenzati e il sorgere del pensiero marxista, con le sue successive articolazioni politiche, nel Novecento ci sì adoperò, con modesti risultati, a creare vie d’ uscita dal modello di società a carattere capitalistico.

Il progetto dell’economia civile, invece, si afferma come superamento al tradizionale modello di economia capitalistica di mercato, senza tuttavia rinunciare ai vantaggi che aveva finora assicurato. È oggi diffuso, in ampi strati dell’opinione pubblica, il convincimento, secondo cui, il modello del cosiddetto turbo capitalismo finanziario che abbia ormai esaurito la sua spinta propulsiva. Ciò a cui si vuole tendere è, dunque, l’artificializzazione dell’uomo e, al tempo stesso, l’antropomorfizzazione della macchina. Occorre vigilare perché quest’ultima non abbia a prevalere sulla prima. L’altro dogma dell’ingiustizia è la credenza che l’elitarismo vada incoraggiato perché efficiente, dove il benessere dei più cresce maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi. Risorse, attenzioni, incentivi e premi devono andare ai più dotati, perché è all’impegno di costoro che si deve il progresso della società.

Riusciamo ora a comprendere cosa comporterebbe l’adozione del punto di vista del bene comune – un tema ricorrente nell’opera di Antonio Genovesi – al fine della soluzione del problema in discussione con il passaggio da una “teoria trascendentale della giustizia” costruita sull’assunto antropologico dell’individualismo auto-interessato, ad “una teoria comparativa della giustizia”.

Questo comporta, concretamente, il passaggio da una concezione astratta di giustizia fondata su preferenze ipotetiche degli agenti alla nozione di giustizia benevolente, cioè tesa al bene comune. Non sempre, però, le regole della giustizia bastano ad assicurare la pace, ma quando si uniscono al dono come gratuità, il risultato desiderato è garantito. Il principio del dono può, sì sostituire le regole della giustizia ma, ancor meglio, completarle e complementarizzarle.

Attualmente la strategia è di porre nuovamente al centro del discorso economico il principio di fraternità, merito del grande contributo di Antonio Genovesi che, in termini sia istituzionali sia economici, trova nel principio di fraternità l’asse portante dell’ordine sociale rifacendosi alla Regola francescana. Laddove la solidarietà consente socialmente ai diseguali di diventare eguali, la fraternità che consente agli eguali di esser diversi.

 

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