La mia terra, e quella degli altri

Ritornare in un paesino non è semplice quando si hanno ventitré anni e delle aspirazioni. Vale per la mia terra, la Puglia, e per quella di chi come me viene dai comuni sventurati del mondo, che il virus ci ha insegnato essere tutti.

Alle ragazze come me iniziano a parlare di “trasferirsi all’estero” in prima media. In Italia non c’è posto, scappa, sei donna, almeno non restare in Puglia. Lo dicono pensando di farti un complimento, sei meglio di così, ma le ragazze come me pensano di non essere abbastanza per avere un futuro dignitoso nel loro spazio del presente.

Sono andata a studiare all’estero e sono tornata nel paesino. Il pensiero di una pandemia ha guidato le mie braccia mentre riempivo una valigia rossa. Il pensiero della Puglia ha guidato le mie mani mentre indossavo la FFP3 e mi osservavo allo specchio. Nei giorni precedenti alla partenza ho avuto una conversazione con un’amica romana, che mi ha detto “se c’è una crisi, io voglio essere nella mia terra”. Ho riflettuto molto: sull’emergenza, sulla parola ‘terra’, e su questo attaccamento ai luoghi dove siamo cresciuti.

Sono tornata in Puglia e dopo sessantaquattro giorni ho visto i detriti portati a riva dalle onde e le coste che stanno scomparendo. L’immagine davanti a me non aveva nulla a che vedere con l’economia, i consigli per le bambine e la stanza in Nord Europa lasciata di fretta. A lungo, chissà con quale diritto, ho riposto esigenze nella mia terra e sono stata delusa quando non le ha soddisfatte. Questa costa franata è la mia casa, e mentre franava io ero altrove. Ho tirato il cellulare fuori dalla tasca e ho scattato una foto.