La Bibbia in lingua italiana

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Spesso ho avuto l’occasione di evocare l’immagine del grande Cervantes, l’autore del Don Chisciotte, convinto che ogni traduzione fosse come il rovescio di un arazzo: i colori impallidiscono, la trama si confonde, il tessuto sembra sfilacciato. La storia ha spesso confermato questa immagine che riporta la versione all’idea di una «belle infidèle», come ironizzava Georges Mounin nel suo saggio Teoria e storia della traduzione (Einaudi 1965), e gli stessi due vocaboli di matrice latina coi quali indichiamo questa operazione linguistico-letteraria si prestano a un arabesco allusivo.

Così, “tradurre”, che ha alla base il verbo latino ducere, può essere un “condurre”, cioè un traghettare da un testo all’altro, ma può anche “indurre” e “produrre” nuovi sensi, può “introdurre” elementi estrinseci e alla fine “sedurre”, cioè ingannare. L’altro vocabolo, “versione” (dal latino vertere) può evocare una buona “conversione” delle parole e dei significati da una lingua all’altra, ma può essere anche fonte di “diversione, perversione, eversione, inversione o sovversione” dei significati originari.

Uno dei campi fondamentali di esercizio di questa pratica ardua è stato quel «grande codice» della cultura occidentale che è la Bibbia, incessantemente resa in migliaia di lingue. A delineare un bilancio documentario per la lingua italiana è ora Giancarlo Toloni, docente alla Cattolica, dotato di uno straordinario patrimonio di conoscenze filologiche ebraiche e greche bibliche. Il suo è un saggio imponente e affascinante anche per il dettato che intreccia dati e verifiche, evitando i due estremi della pura analisi testuale e della sintesi teorica generale.

È, perciò, difficile renderne conto ed è solo percorrendo la «complessità di questa storia», come lui la definisce, che si riesce a scoprire non solo gli orizzonti spaziosi ove campeggiano figure ed esperimenti decisivi ma anche scorci minori di forte suggestione. Nel primo campo citiamo – solo a titolo esemplificativo – i capitoli dedicati a Lutero e soprattutto alla Bibbia italiana della Riforma: pensiamo alla famosa versione di Giovanni Diodati (1576-1649) che ha meritato persino un “Meridiano” mondadoriano. In questo ambito a contrappunto ecco l’opzione cattolica che parte dal Concilio di Trento canonizzando come base la Vulgata latina di Girolamo e che avrà nella successiva traduzione di Antonio Martini (1721-1809) la sua espressione italiana.

Si parlava anche di scorci specifici. Negli albori, ove risuonano tante voci più note, come Malerbi o Brucioli, devo riconoscere di aver scoperto un primato a me ignoto, il duecentesco Splanamento de li Proverbii de Salomone del poeta cremonese Girardo Patecchio. Scendendo giù nei secoli le figure si moltiplicano e Toloni riesce a perlustrare con una ricca e rigorosa documentazione persino la Bibbia della Svizzera italiana e quella degli ebrei italiani (in particolare Luzzatto e Disegni).

Abbiamo, però, sottolineato che in questa foresta testuale, la cui planimetria è resa possibile solo dal vaglio impressionante condotto dall’autore, suggestivo è l’intreccio tra la traduzione come prodotto terminale e i principi filologici ed ermeneutici che la reggono. A modello selezioniamo il capitolo intitolato «Bibbia italiana e filologia biblica». In quelle pagine si può intravedere il percorso che deve condurre l’esegeta traduttore avendo sulle spalle non solo l’attrezzatura linguistico-letteraria e storico-critica, ma anche le tradizioni greca (si pensi al rilievo della versione dei Settanta e al relativo influsso) e latina già citata con la funzione princeps nel cattolicesimo esercitata dalla Vulgata.

Un’altra sezione di taglio analogo è quella più recente della «primavera editoriale» del Concilio Vaticano II ove insiste la Bibbia della CEI nella sua duplice edizione. Anche in questo caso è prezioso il dittico dei capitoli dedicati al metodo adottato e alle valutazioni critiche con una serie di vagli concreti stilistico-lessicali. Decisiva rimane a livello metodologico in questo dittico la riflessione sulla vexata quaestio tra l’equivalenza formale che corrisponde il più possibile alla matrice (si pensi agli esperimenti di Erri De Luca) e quella funzionale che avvicina il testo al sistema linguistico-culturale del lettore.

Curiosa, al riguardo, è un’affermazione di Schleiermacher nel suo saggio Su diversi modi del tradurre (Bibliopolis 1985), lui che era anche un appassionato traduttore di Platone: «O il traduttore lascia in pace il più possibile lo scrittore e gli muove incontro il lettore o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore». Movimenti entrambi necessari, anche se antitetici, ma al tempo stesso rischiosi, l’uno centripeto e l’altro centrifugo. Sempre in questo ambito Toloni offre varie considerazioni soprattutto in una deliziosa sezione riservata alla traduzione della poesia biblica, facendo salire alla ribalta un autore sorprendente (e discusso) come Guido Ceronetti.

Certo è che la meta rimane una sfida e l’autore lo ribadisce con un asserto ideale: «Il risultato ottimale quanto a fedeltà all’originale e fruibilità della traduzione potrebbe essere raggiunto mantenendo certamente l’attenzione sulla lingua di partenza, ma senza per questo distoglierla da quella d’arrivo». Tanto altro è offerto dalle pagine di questo studioso che ha raccolto un delta ramificato storico e letterario, che ha censito versioni ufficiali ecclesiali e altre di nicchia, non di rado filologicamente rigorose, cercando spesso di mostrarne gli esiti, memore dell’ossimoro formulato da Franz Rosenzweig nella sua La scrittura (Città nuova 1991): «Tradurre significa servire due padroni. Dunque nessuno ne è capace. E, quindi, come tutto ciò che nella teoria nessuno è in grado di fare, nella prassi è poi il compito assegnato a ciascuno. Tutti devono tradurre e ognuno lo fa».

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