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Innamorato del Verbo

da “Il Sole 24 Ore” – 11 febbraio 2018 – di Gianfranco Ravasi.

Davanti al lettore si apre ora un ampio orizzonte tematico ritagliato all’interno di quel vero e proprio mare testuale che sono state le parole del cardinale Carlo Maria Martini, parole spesso dette e poi cristallizzate in una pagina da parte di redattori diversi, oppure da lui stesso affidate a un libro o a un saggio. Questo orizzonte è certamente uno dei più cari all’arcivescovo: egli lo percorreva tenendo come mappa ideale la Bibbia, da lui tanto amata nella sua unità e integralità, inseguita nelle sue articolazioni, scavata nella sua ricchezza. È emblematico, al riguardo, quanto affermava in un suo intervento pubblicato nel 1986: «A me, che leggo la Scrittura ormai da circa quarant’anni, essa appare ogni volta così nuova e ricca da destarmi stupore e da creare quello shock dell’intelligenza e dell’emozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio».

L’orizzonte a cui ci riferiamo è quello divenuto popolare nella sua intitolazione formale: «Scuola della Parola». Si tratta di un’esperienza sbocciata nel Duomo di Milano il 6 novembre 1980, a distanza di soli nove mesi dal suo ingresso ufficiale in diocesi, e dedicata soprattutto ai giovani. Per continuare l’immagine sopra evocata, le pagine che seguiranno propongono appunto una navigazione all’interno di questo vasto specchio d’acqua del mare testuale martiniano. La metafora, per altro, è classica sia nella tradizione patristica (come non pensare a la scuola della parola sant’Agostino e alle sue differenti “navigazioni” nel mondo della ragione, della fede e dell’amore?) sia in quella strettamente spirituale-mistica: «En Dios se descubren nuevos mares cuanto más se navega», annotava Fray Luis de León, un umanista spirituale spagnolo del Cinquecento, convinto – come Martini – che quando si naviga nella Parola divina, tante sono le scoperte inaspettate che ci attendono.

L’introduzione generale e l’apparato interpretativo redazionale, che accompagnano la sequenza delle varie «Scuole della Parola» e degli altri testi di lectio divina della Bibbia raccolti in questo libro, devono essere come la guida che sta a fianco del lettore in una sorta di pellegrinaggio spirituale ove si aprono meraviglie nuove e antiche. Sì, perché l’atteggiamento del cardinale nei confronti della lettura e dell’attualizzazione della Parola è quello evocato da Cristo a suggello del suo “discorso in parabole”: «Ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Come attestazione personale posso dire che questo ritratto dello “scriba del regno di Dio” era particolarmente caro a Martini che in esso si rispecchiava.

Noi ora in questa prefazione che si colloca e vuole rimanere sulla soglia dei testi che seguiranno, desideriamo gettare solo uno sguardo dall’alto sull’intera raccolta di commenti, meditazioni, riflessioni. L’immagine potrebbe essere quella – altrettanto cara all’arcivescovo – di Mosè sulla vetta del Nebo che ha davanti a sé la distesa della terra promessa. Naturalmente, a differenza di quanto accade all’antica guida di Israele, questa visione dall’alto ha lo scopo di essere la preparazione all’ingresso e all’itinerario del lettore lungo le strade di quella terra desiderata e amata. Due soltanto sono gli spunti che vorremmo offrire a chi ha tra le mani questo imponente volume e che si dispone ad ascoltare la voce di Carlo Maria Martini per la prima volta (i testi, infatti, come si diceva, riflettono il suo parlato così pacato eppur incisivo), oppure a chi è pronto a riascoltare nuovamente quelle sue parole, così come risuonavano sotto le volte gotiche del Duomo cariche di echi e alonate di silenzi.

La prima osservazione riguarda il metodo di queste letture bibliche. Esse hanno, certo, la qualità didattica di una “scuola” e, quindi, suppongono un maestro e i discepoli. In realtà, però, la funzione del cardinale non è quella di essere il magister classico, vocabolo che ha nel cuore l’avverbio magis che indica un “più”, quindi un potere, una superiorità, tant’è vero che in latino il termine significa anche “padrone”. Egli, invece, pur avendo a disposizione un’indubbia attrezzatura esegetica (chi scrive ora queste righe è stato alunno del professor Martini in una delle discipline più specialistiche e rigorose, la “critica testuale” biblica), si pone nell’attitudine del minister, parola che evidentemente è generata dall’aggettivo minus: essa spinge la persona a essere “meno”, cioè a servire gli altri, offrendo quanto si conosce e possiede a colui che chiede aiuto. (…)

E giungiamo alla seconda nota che ci viene suggerita dal nostro sguardo dall’alto sulle pagine martiniane. È l’identificazione dell’oggetto su cui viene puntato il riflettore del metodo appena delineato. Giustamente l’arcivescovo fa notare che lo stesso verbo “crescere” (in greco auxáno) è usato da san Luca per la parola di Dio proclamata dagli apostoli, ma anche per la crescita di Gesù a Nazaret (Lc 2,40) ed è in parallelo alla diffusione dei fedeli: «La parola di Dio cresceva (auxáno) e si moltiplicava grandemente il numero dei fedeli» (At 6,7). Per la pienezza della maturità di fede è indispensabile allargare la conoscenza della Sacra Scrittura.