Il grido di Sebastião Salgado, Amazônia

Con l’occasione della sua proroga dal 13 febbraio al 25 aprile 2022, ecco una breve riflessione sulla mostra fotografica Sebastião Salgado, Amazônia, curata da Lélia Wanick Salgado (moglie del fotografo brasiliano), esposta al MAXXI di Roma a partire dallo scorso 1° ottobre. Per la raccolta, unitamente a scatti di vecchia data già figuranti in altre esposizioni, come la celebre Genesi, ne sono stati integrati di nuovi, inediti, realizzati durante l’ultimo viaggio del fotografo nelle profondità della foresta, al fine di ridurre l’obiettivo al singolo mondo amazzonico.

Pur non essendo esperto del campo, suppongo che la principale arma di una mostra fotografica sia il convoglio di pensieri prima all’interno di una prospettiva e, poi, in una sola immagine; per usare le parole di Lélia Salgado, non può che essere “l’espressione visiva di un’idea”. L’idea, il concept, tuttavia, è ancora più performante se riesce a sconfinare dai riquadri fotografici e a permeare tutto lo spazio intorno: è proprio quanto accade al primo piano del MAXXI. L’area è prevalentemente in ombra e le poche fonti di luce, sempre soffusa, sono rivolte alle immagini, come a suggerire dove guardare; per tutta la durata della visita, si è accompagnati da una colonna sonora appositamente composta da Jean-Michel Jarre, che propone i suoni autentici della foresta; infine – vero fiore all’occhiello “strutturale” della mostra – l’ambiente è diviso in un percorso perimetrale, concernente il paesaggio, e diverse micro-sezioni interne, a forma circolare, sulla componente umana. Tale scelta è a dir poco suggestiva e ben rende l’idea di uno spazio naturale, con le sue peculiarità (come i caratteristici “fiumi volanti”), che abbraccia lo spazio umano, articolato in piccole cerchie che richiamano le ocas, tipiche abitazioni indigene: in ogni cerchia sono approfonditi usi e costumi di una singola tribù. Tra le varie compagini, vi sono rappresentate alcune di recentissimo avvicinamento. Ad esempio, i Korubo, una comunità di appena 120 membri contattata per la prima volta nel 1996, molto violenta, sulla quale Salgado per primo, nel 2017, ha potuto svolgere un’indagine fotografica.

Le fotografie, agli occhi di un inesperto quale il sottoscritto, possono ridursi a tre tipologie: panoramiche, presenti soprattutto nel percorso paesaggistico; sceniche, raffiguranti azioni in corso di svolgimento oppure significativi accostamenti di soggetti e oggetti, in discreta minoranza rispetto alle altre; frontali, i cui soggetti si rivolgono direttamente all’osservatore. Impossibile non trasalire di fronte agli scatti di questa terza tipologia: gli occhi, scuri, esprimono un grido che procede dall’estrema affermazione di un ideale religioso alla più semplice richiesta di aiuto, ma, in ogni caso, si tratta di un grido. Se provo a trascurare la musica di sottofondo e a concentrarmi su quelle voci, forse riesco a distinguere alcune parole: «The horror! The horror!». L’enigmatica frase contro l’atrocità insita nella natura umana, pronunciata da Kurtz, prima di spirare, in Heart of Darkness di Joseph Conrad, sembra acquisire sui loro volti un senso del tutto rinnovato. È l’atrocità da essi subita per mano del governo Bolsonaro, reo – come spiegano i capovillaggi in interviste proiettate al centro di ogni “oca” – di aver perpetrato uno sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, di non aver favorito il contenimento del virus Sars-Cov-2, dilagante nella regione, e di aver adottato una politica sistematicamente anti-indigena.

Filippo Vaccaro

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