da Il Sole 24 Ore – 24 agosto 2025 – di Gianfranco Ravasi.
Riconosco di essere stato tentato (e sollecitato) più volte d’avviarmi lungo le pagine delle Sacre Scritture alla ricerca della presenza degli animali. La scoperta è stata impressionante: quasi in ogni capitolo occhieggia un affollato bestiario che va dal mastodontico cammello fino al tarlo nascosto nel legno e alla pulce, che ascende al simbolismo spirituale più alto con l’agnello, emblema dello stesso Cristo, o con la colomba che incarna lo Spirito Santo nel battesimo di Gesù al Giordano, ma che discende fino ai mostri apocalittici e al serpente tentatore della Genesi.
È proprio nella prima pagina di questo libro biblico che, nel quinto giorno della settimana simbolica della creazione, entra in scena il mondo animale (1,20-25), prima che appaia l’umanità, vertice dell’intero atto creativo. La lista anche in questo caso è suggestiva: acque brulicanti di pesci e di esseri viventi, cieli solcati dai voli degli uccelli, terra popolata da bestiame domestico e selvatico e dai rettili. Secondo il Salmista, su tutta questa imponente zoologia si depone lo sguardo appassionato dello stesso Creatore: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature… Uomini e bestie tu salvi, Signore» (145,9; 36,7).
Iniziai, allora, a redigere una sorta di alfabeto zoologico, ma ben presto abbandonai anche questo passo iniziale per l’immensità del catalogo risultante. Esso partiva, appunto, dall’agnello o dall’aquila e dall’ape, passava attraverso tutte le lettere del nostro alfabeto, anche le più inattese come l’elefante, le formiche, il gufo, l’irace, il nibbio, l’orso, il pipistrello, le quaglie, lo struzzo, le zanzare e così via. Anche Gesù offriva nelle sue parabole e discorsi una sorta di variopinto zoo. Solo un esempio apparentemente sconcertante: «Quale Padre, se il figlio gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Luca 11,11-12).
Cosa accomuna un animaletto piccolo e nero con un uovo? E invece Gesù si rivela attento alla zoologia palestinese, ove lo scorpione locale per mimetismo acquista il colore delle pietraie del deserto in cui si annida e ha la forma di un minuscolo ciottolo levigato, simile a un uomo di colomba o tortora. Lasciamo, dunque, questo immenso e variegato giardino zoologico sacro per una riflessione sintetica di taglio storico-teologico.
La concezione biblica animale ha una sua originalità rispetto ad altre visioni anche religiose (si pensi solo alla zoolatria dell’antico Egitto legata al nesso tra animali sacri e divinità). Essa potrebbe essere incardinata in due asserti generali. Da un lato, la tradizione ebraico-cristiana ha demitologizzato la natura che non è perciò né una divinità né frutto di una generazione divina (così accadeva nelle «cosmogonie» orientali e nello stesso «panteismo» stoico o indiano), ma è il risultato di un atto creatore e quindi è una realtà finita e limitata.
D’altro lato, pur riconoscendo un legame tra uomo e animali attraverso la vita (rûah o «spirito» vitale), la Bibbia ha affermato una netta distinzione qualitativa tra i due, attraverso l’introduzione di un particolare statuto umano variamente descritto in alcuni passi della Genesi: si pensi al simbolismo dell’«immagine e somiglianza divina» (1,27), alla dotazione della coscienza morale nella «conoscenza del bene e del male» (cc. 2-3) e alla funzione di «governo» delegato, di «nomina» e di «custodia e coltivazione» del creato da parte dell’uomo e della donna (1,26 e 2,15-20).
A una rinnovata sensibilità animale, sminuita nella storia del cristianesimo dall’influsso “spiritualistico” greco, ha contribuito la figura di san Francesco, anche se la sua era una visione non tanto ecologista ma nettamente teologica, come è attestato dal suo Cantico delle creature: alieno da una concezione panteistica, egli considerava il creato come dono di Dio, come segno di bellezza trascendente, come simbolo che conduce al Creatore. Una vera e propria teologia “animale” cristiana si è sviluppata negli anni Sessanta del secolo scorso in ambito protestante (in particolare con il teologo americano Joseph Sittler e col Faith-Man-Nature Group del Consiglio delle Chiese protestanti d’America).
Ben presto anche il mondo cattolico vi si è associato e, tra i vari passi dei testi magisteriali sul tema, fondamentale rimane la Laudato si’ (2015) di papa Francesco. Intanto, però, si stavano affermando anche concezioni animaliste radicali. Esse si alimentavano a religioni e filosofie orientali di stampo immanentistico e reincarnazionistico e giungevano anche a estremi paradossali come nella nota e vasta opera Liberazione animale del filosofo australiano Peter Singer, incline ad assegnare al mondo animale persino una superiorità rispetto a quello umano.
La sensibilizzazione su questo tema a livello ecclesiale è continuata a crescere tant’è vero che a Münster ha aperto da tempo i battenti l’«Institut für theologische Zoologie», un’istituzione ecumenica annessa alla locale facoltà di Teologia e Filosofia. Significativo da noi è stato il saggio Etica animale (Queriniana 2020) del teologo Martin M. Lintner, docente a Bressanone, che a suo tempo abbiamo presentato in queste pagine. Si contrasta, così, ogni brutalità e ogni prevaricazione nei confronti delle creature viventi.
C’è, infine, un altro aspetto suggestivo. La solitudine nell’anonimato delle moderne metropoli ha generato rapporti di condivisione familiare e di affetto con animali domestici, modellati sulle dinamiche che intercorrono tra esseri umani. Si è giunti, così, a immaginare anche un ingresso degli animali nello stesso paradiso (si veda, ad esempio, la La teologia degli animali di Paolo De Benedetti, Morcelliana 2007). Lo scrittore francese Victor Hugo scriveva: «A chi è solo, Dio dona un cane. Il cane è la virtù che, non potendo farsi uomo, si è fatta animale». Anche al Lazzaro miserabile della parabola evangelica del ricco epulone «erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe» (Luca 16,21).







