Carlo Cottarelli è Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Visiting Professor presso l’Università Bocconi. Collabora come editorialista con il Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa ed è membro della Fondazione Italia USA e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ha lavorato al servizio studi della Banca d’Italia e in Eni, maturando poi una lunga esperienza presso il Fondo Monetario Internazionale, dove ha ricoperto diversi incarichi, fino a diventare Direttore del Dipartimento Affari Fiscali. Inoltre, è stato nominato dal Governo Letta Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica.
Guardando all’intero arco della sua carriera, dalla Banca d’Italia al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi studi sulle istituzioni pubbliche, quali esperienze hanno davvero cambiato il suo modo di vedere il mondo, non solo l’economia?
Direi che l’esperienza più trasformativa, dal punto di vista professionale, è stata lavorare per quasi trent’anni negli Stati Uniti, in un contesto internazionale come quello del Fondo Monetario Internazionale. Lì mi sono trovato a operare tra contesti molto diversi, confrontando culture ed esperienze differenti: è stato fondamentale per capire come funziona il mondo rispetto all’esperienza italiana, dove, alla Banca d’Italia, ero uno specialista su un campo molto ristretto: approfondivo molto, ma in un ambito limitato. Negli Stati Uniti, invece, ho potuto avere una visione più ampia e comprendere le connessioni tra economia e politica.
Negli ultimi anni l’Italia ha affrontato sfide significative in termini di debito, pressione fiscale e crescita stagnante. In questo contesto complesso, quali strumenti concreti ritiene più efficaci per stimolare la crescita, sostenere l’innovazione e gestire l’incertezza, senza sacrificare fiducia e coesione sociale? Ci sono esempi di politiche o approcci che potrebbero funzionare oggi, anche se richiedono decisioni coraggiose?
La chiave per gestire l’incertezza è la resilienza. Le sorprese ci saranno sempre, ma se un sistema è robusto, gli shock producono meno danni. In termini economici, questo significa avere una crescita sufficientemente solida – che rallenta di fronte a uno shock – ma non porta a recessione. Il problema dell’Italia è che non siamo ancora a questo livello. La mia interpretazione è che, siccome l’economia di mercato fa fare l’impresa, dobbiamo rendere l’Italia un posto dove fare impresa sia più semplice. Al momento è ancora complicato: serve efficientare la spesa pubblica, ridurre tasse e burocrazia, affrontare i tempi della giustizia (che sono migliorati, ma non abbastanza), ridurre il costo dell’energia – molto più elevato rispetto a Francia e Spagna – e gestire la questione demografica. Abbiamo un forte calo della popolazione, ma altri Paesi come la Spagna hanno creato flussi regolari di migranti e quindi riescono a far crescere la popolazione anche se il tasso di fecondità è basso. Altri aspetti importanti riguardano gli investimenti in istruzione e ricerca, e la dimensione delle imprese, spesso troppo piccole.
Crisi e incertezze internazionali spesso rivelano fragilità inattese. Quali debolezze profonde della nostra società, oltre quelle economiche, sono emerse per lei negli ultimi anni, e come potrebbero essere affrontate con politiche intelligenti ma anche eticamente consapevoli?
Una delle debolezze più evidenti è il crescente disinteresse per la vita pubblica, manifestato, ad esempio, dall’alta astensione alle elezioni rispetto ad altri Paesi europei. A questo si aggiunge una certa superficialità diffusa: un interesse limitato per la lettura e una forte dipendenza da forme di comunicazione rapide e “usa e getta”, come brevi video sui social, che riducono la capacità di riflessione. Tutto questo porta a una riduzione della partecipazione alla vita civile, che a mio avviso è la manifestazione più importante di queste fragilità. Questo calo di partecipazione alla vita civile è preoccupante, ma credo che possa essere affrontato promuovendo cultura civica, educazione e un senso più forte di responsabilità sociale.
Chi prende decisioni pubbliche deve muoversi tra rigore, investimenti e scelte etiche. Come bilanciare ciò che è “economicamente corretto” con ciò che è “socialmente giusto”?
In realtà, non esiste nulla di “economicante corretto” di per sé. L’economia descrive le conseguenze delle scelte politiche: se si vuole raggiungere un obiettivo etico, come una società più equa, l’economista può solo indicare le conseguenze delle diverse scelte. Molti modelli economici assumono che l’individuo massimizzi il proprio interesse personale, non sempre agisca in modo altruista: questo è un dato di fatto. Le scelte etiche e politiche restano dunque una decisione di valore. Sarebbe bello, per esempio, che le persone amassero pagare le tasse, ma se non lo fanno, dobbiamo tenerne conto nelle scelte politiche.
Il Cortile dei Gentili si concentra sul dialogo tra cultura, fede e società. L’economia, pur essendo spesso vista come tecnica, ha anche implicazioni etiche profonde. Professore, il rapporto tra economia ed etica è sempre più al centro del dibattito pubblico. Come possiamo integrare principi morali e responsabilità sociale nella gestione delle finanze pubbliche e nelle decisioni economiche, senza compromettere efficienza e competitività?
Credo che sia possibile integrare principi morali e responsabilità sociale senza compromettere efficienza e competitività, ma bisogna partire da un presupposto fondamentale: le scelte politiche restano scelte di valore. L’economista può descrivere le conseguenze delle decisioni, evidenziare trade-off e opportunità, ma non può sostituirsi al decisore politico. Ad esempio, se vogliamo investire nella riduzione delle disuguaglianze, è compito dell’economista stimare i costi e i benefici, indicare gli effetti sul lungo periodo e suggerire strumenti per far sì che le risorse vengano allocate in modo efficace. Allo stesso tempo, le decisioni devono essere guidate da principi morali: equità, sostenibilità, responsabilità verso le generazioni future. In pratica, si tratta di un equilibrio dinamico: si possono adottare politiche socialmente responsabili, come incentivi alla formazione, investimenti nella ricerca o sostegno a chi è più svantaggiato, senza penalizzare chi fa impresa o rallentare la crescita. L’importante è progettare misure intelligenti, basate su dati e valutazioni concrete, che trasformino valori etici in azioni economicamente sostenibili.
In conclusione, sottoponiamo ai nostri ospiti una stessa domanda che si è liberi di declinare a proprio piacimento. Cosa, oggi, le dà speranza?
Volevo intitolare il mio ultimo libro “Non c’è più niente da fare”, quindi non è facile parlare di speranza. Tuttavia, credo che la speranza non sia qualcosa di passivo: bisogna fare qualcosa. Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma di scegliere di agire per cercare di migliorare il futuro. L’unico modo per avere speranza è provare concretamente a fare qualcosa: se non agiamo, allora davvero non c’è speranza.
A cura di Andrea Santo







