Il centenario di Gaudi

da Il Sole 24 Ore – di Gianfranco Ravasi.

Cento anni fa a Barcellona si spegneva uno dei più originali e creativi architetti, Antoni Gaudì y Cornet. Egli era nato a Reus in Catalogna nel 1852 da una famiglia di artigiani (il padre era ramaio) e tutta la sua vita fu segnata da una ricerca artistica appassionata e fin provocatrice e da una fede assoluta accompagnata da una carità così generosa tanto da farlo vivere in povertà. Non per nulla è in corso il processo per la sua beatificazione. È facile intuire che noi ne vogliamo parlare non tanto per la sua molteplice opera architettonica (lo faranno altri in modo più specifico) quanto per la sua “teologia” condensata nel suo monumento più celebre e fin sconvolgente, il tempio della Sagrada Familia di Barcellona.

Esso è stato concepito, infatti, come una fede “cristallizzata”, per usare la nota definizione dell’architettura come “musica cristallizzata”, coniata da Goethe nei suoi dialoghi con l’amico e segretario Johann Peter Eckermann. In verità, però, l’edificio fu concepito come una creatura vivente tanto da essere stato incessantemente “costruito” fino ai nostri giorni. Molto liberamente ne vorrei trattare ricorrendo al registro autobiografico, a partire dalla mia ascesa sui tetti di quella basilica nel gennaio 2010, in occasione di un evento del “Cortile dei Gentili” – l’istituzione vaticana da me fondata per il dialogo tra credenti e non credenti – organizzato a Barcellona. Accompagnato dall’arcivescovo della città, il cardinale Lluís Martínez Sistach, e dall’erede e continuatore dell’opera di Gaudì, il compianto architetto Jordi Bonet, salii sulle altezze vertiginose della Sagrada Familia, ne percorsi gli spazi grandiosi, assistetti al lavoro delle maestranze, che stavano allestendo l’edificio per la visita che Benedetto XVI avrebbe compiuto nel novembre di quell’anno per la consacrazione del tempio.

Da allora, i progressi sono stati notevoli e costanti, quasi a trasformare il caratteristico profilo del tempio: alle torri già esistenti se ne sono aggiunte altre cinquecosì da essere 18: quella di Gesù Cristo – che verrà inaugurata  da papa Leone XIV il 10 giugno 2026, data del centenario della morte dell’artista – continua a innalzarsi metro dopo metro e sarà la più alta così da raggiungere i 172,50 metri, superando i 161 metri del duomo tedesco di Ulm, finora considerata la chiesa più alta del mondo. Lo skyline della città è modificato nel suo profilo col potente senso ascensionale di verticalità che impone la basilica. Al completamento dell’edificio non mancano solo le torri: c’è ancora da concludere la cosiddetta Facciata della Gloria, oggetto di un interessante e articolato percorso teologico e iconografico.

L’altro mio ricordo, collegato sempre al “Cortile dei Gentili” nella capitale catalana, è stato il concerto dei cori all’interno della basilica. In quell’occasione 700 coristi furono distribuiti in quattro punti differenti del tempio – 100 sul lato destro, 100 sul lato sinistro, che dialogavano tra di loro, e altri due cori possenti nella parte sacra dell’abside e nell’ingresso del tempio, 250 coristi da una parte e dall’altra. L’effetto sonoro è stato un meraviglioso intreccio di voci, quasi a rendere in musica ciò che era avvenuto prima nelle conversazioni tra credenti e non credenti. Si realizzava un dialogo delle voci come avveniva nella grande tradizione medievale e rinascimentale. Si compiva, così, un intreccio tra la musica e l’architettura, rendendo i colori e le forme della musica visibili e non solo udibili. Un po’ come accadeva nel Medioevo, quando si scrivevano dei testi musicali, giocando sui capitelli delle colonne dei chiostri.

La visione di Gaudì aveva un punto di partenza più volte espresso e decisamente sostenuto a più riprese da lui stesso: il desiderio di superare il gotico, per così dire, all’interno del gotico stesso, sviluppandolo fino alle sue estreme potenzialità. Non era, quindi, quel neogotico dozzinale e stucchevole, che ha lasciato dappertutto esempi di templi senz’anima, copie maldestre e impoverite della grande architettura medievale, bensì un’originale rilettura a partire dalle coordinate fondamentali del gotico: l’aereità o verticalità, la luminosità e il simbolismo. Sono questi gli elementi caratterizzanti, nella particolare interpretazione anche spirituale gaudiniana, della Sagrada Familia.

L’itinerario tematico della basilica ricalca i misteri della vita di Cristo: l’incarnazione e la nascita (il portale o Facciata della Natività), la pasqua del Signore Gesù col mistero della sua morte e risurrezione (Facciata della Passione), e infine, il suo ritorno nella gloria alla fine dei tempi (Facciata della Gloria). L’itinerario proseguecon la nuova Gerusalemme, la dimora di Dio fra gli uomini, presente nello spazio della navata. Le torri, invece, sono l’elemento di congiunzione verticale tra il cielo e la terra. In un’opera così ben strutturata, in cui non ci sono elementi lasciati al caso, non poteva mancare una lettura della sagrestia e gli arredi interni, che il genio poliedrico di Gaudì aveva disegnato fin nei minimi particolari, così come il passaggio dalla stessa sagrestia all’altare ove si propone un’originale percorso di spiritualità sacerdotale.

La Sagrada Familia è uno scrigno di teologia e fede popolare, di bellezza e di significato liturgico. A questo insieme non si arriva per semplice accumulazione, bensì con uno sviluppo interno a partire da un’idea dinamica originaria. È la stessa crescita delle piante e degli organismi vivi, sorgente di ispirazione del maestro. È questa la cifra del suo progetto, fare della terra una patria celestiale, sublimando il meglio della sua patria catalana, delle sue maestranze e della sua gente, per elevare un canto di lode a Dio che sale dal cuore della città degli uomini. Questo canto è poesia in pietra. Davanti alla Sagrada Familia potremmo idealmente rimandare allo stupore di Dante nel tempio celeste: «Il mio disir dee aver fine / in questo miro e angelico templo / che solo amore e luce ha per confine» (Paradiso XXVIII, 52-54).

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