Interviste sul tema: Prospettive sull’Università. Tra passato, presente e futuro (6)


Intervista a Tiziana Pironi – L’Università in epoca contemporanea

Tiziana PironiTiziana Pironi è professore ordinario di Storia della Pedagogia, presso la Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Qui coordina anche il corso di laurea in “Educatore nei servizi per l’infanzia” e dirige il master intitolato “La pedagogia Montessori”, in collaborazione con l’Opera Nazionale Montessori di Roma. Fa parte del Collegio dei docenti della Scuola di Dottorato in Pedagogia (Università di Bologna). Numerose le sue pubblicazioni scientifiche. Per maggiori informazioni: https://www.unibo.it/sitoweb/tiziana.pironi/cv

Professoressa, quale ritratto si potrebbe tracciare dell’istituzione universitaria tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo?

L’istituzione universitaria tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo rimane sostanzialmente invariata sotto l’aspetto sociale. Vale a dire che è un luogo di formazione delle future classi dirigenti che vede una frequentazione riservata ai figli dei ceti abbienti. Dal punto di vista culturale si assiste al passaggio dall’egemonia del positivismo a quella del neoidealismo, soprattutto a partire dagli anni centrali dell’età giolittiana. In sostanza, comunque, si tratta complessivamente di una realtà positiva, anche per il valore scientifico di molti docenti.

Nel periodo tra i due grandi conflitti mondiali, come si sviluppò l’università e quale ruolo intellettuale rivestì di fronte all’emergere di certe ideologie nefaste per l’umanità?

A parte l’università cattolica, non si può dire che l’università italiana abbia avuto un ruolo indipendente rispetto al fascismo. Per tutto il ventennio rimane ancora in sostanza un’istituzione riservata a pochi. Tranne casi molto isolati, vi è stata un’accettazione generale del regime (va sottolineato che, paradossalmente, un punto di non conformità si manifestò alla Normale di Pisa, dove insegnava Giovanni Gentile: disaccordo comunque assai lieve). Basti pensare ai soli 12 professori che non giurarono fedeltà al regime (su 1225).

E nel periodo post-bellico?

Dal 1945 fino alla fine degli anni Ottanta vi è stata la doppia egemonia cattolica e marxista, mentre la cultura laico-liberale è risultata minoritaria. Sotto il profilo sociale, è inutile ricordare che dalla fine degli anni Sessanta si assiste alla nascita dell’università di massa, con effetti negativi e positivi: positivi dal punto di vista sociale, abbastanza negativi dal punto di vista culturale, anche se non si può generalizzare.

Passando al rapporto tra le diverse facoltà universitarie ritiene sia emerso, per così dire, un nuovo paradigma di pensiero poco incline a favorire lo scambio, oltre che il dialogo attivo e rispettoso, tra i diversi rami del sapere?

Negli ultimi trent’anni si è progressivamente affermata una concezione interdisciplinare della ricerca e questo ha favorito l’incontro e l’apertura fra diversi ambiti del sapere e i suoi relativi esponenti. Naturalmente questo ha portato in alcuni casi ad un allentamento del rigore scientifico. Si tratta perciò di trovare il giusto equilibrio. Per quanto riguarda il settore umanistico – settore che conosco maggiormente – sono stati intrecciati proficui rapporti tra psicologia, antropologia, pedagogia, sociologia, che hanno affrontato tematiche comuni in un’ottica sia pluridisciplinare che interdisciplinare. Ciò ha favorito anche lo sviluppo di nuove discipline (ad esempio, la psicologia dell’educazione; la sociologia dell’educazione, ecc.). Sul piano organizzativo il recente passaggio dalle Facoltà alle Scuole ha favorito un maggiore raccordo tra settori scientifici vicini, ma diversi, pur con non poche difficoltà sul piano gestionale.

A suo avviso, è cambiata la sensibilità oppure il modo di concepirne la “vocazione”? In sostanza, a cosa si sentiva “chiamata” l’università del XX secolo?

L’università del XX secolo era stata vista e sentita per molti decenni come luogo di un sapere destinato a favorire il progresso di tutta la società. Paradossalmente l’università di massa, affermatasi nell’ultimo trentennio, ha condizionato, per certi versi, in modo negativo questa concezione perché il sapere è diventato meno specifico e sempre più divulgativo. In questo senso l’università attuale tende a non rappresentare più un momento “alto” della vocazione allo studio.

Se dovesse evidenziare gli aspetti positivi e quelli meno positivi della sua evoluzione, cosa direbbe?

Il carattere sempre più “manageriale” assunto dall’università negli ultimi tempi ha provocato una “burocratizzazione” del lavoro dei docenti universitari, con evidenti contraccolpi negativi sulla qualità degli studi; lo stesso lavoro di ricerca viene “misurato” e “controllato” da standard e parametri di tipo quantitativo, che tendono a deprimerne la qualità. Di conseguenza è venuta meno la natura “iniziatica” del mestiere di studioso (es. il rapporto tra maestro e allievo). Dal punto di vista della vocazione allo studio e alla ricerca ciò non può che essere negativo. Non mancano comunque anche aspetti positivi in merito ad una maggiore diffusione del lavoro di équipe, nonché della dimensione internazionale.

Passo per ultimo ad una domanda che riguarda la sua carriera accademica. Di cosa si è occupata la sua ricerca?

La mia ricerca scientifica à iniziata nel 1987 col dottorato di ricerca in pedagogia, orientandosi in ambito storico-pedagogico. Il dottorato si è concluso, nel 1989, con una tesi su La pedagogia del “nuovo” di Aldo Capitini, tra religione ed etica laica, poi pubblicata. Nell’ambito di una successiva borsa di studio post-dottorato (Dipartimento di Scienze dell’educazione dell’Università di Bologna), ho svolto una ricerca riguardante l’insegnamento universitario della pedagogia, presso l’Università di Bologna, dall’unità d’Italia alla Seconda guerra mondiale (con un volume edito nel 1994). Nel 1998 sono entrata nel ruolo di ricercatrice, occupandomi della diffusione del positivismo pedagogico in Italia, con un’attenzione particolare alla nascita della cosiddetta “pedagogia scientifica”, vista nei suoi rapporti con il contesto europeo. È stata per questo considerata la vicenda intellettuale di Roberto Ardigò, evidenziando la valenza pedagogica di un complesso itinerario che ha dominato la scena culturale italiana nella seconda metà dell’Ottocento (vedasi il volume, pubblicato nel 2000, Roberto Ardigò, il positivismo e l’identità pedagogica dell’Italia postunitaria).

di Gabriele Palasciano

 

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