Quale arte? Quale bellezza? Dagli occhi al cervello umano

Il bello. Chi è che saprebbe darne una definizione? In filosofia il concetto di bello è stato associato ai caratteri di proporzione, armonia e ordine; è stato inteso come espressione di una morale a cui aspirare e poi negato come tale. Qualcosa che susciti emozioni libere dalla logica e sia in grado di trasportarci in nuovi mondi mentali. Qualcosa di riconoscibile da tutti e diverso per ciascuno. Sarà capitato più o meno a tutti di ricevere la domanda improvvisa del docente del liceo: «Che cos’è il bello secondo voi?» E tutti a guardarsi, un po’ attoniti. Poi qualcuno prova a rispondere.

Certo è che da sempre il campo d’indagine del bello è stato circoscritto al pensiero umanistico: che fosse il mondo della filosofia, della letteratura, dell’arte o della psicoanalisi. Luoghi legati alla soggettività, dove la cultura scientifica non trova spazio. Eppure, negli anni Novanta inizia ad affermarsi una nuova disciplina definita da Semir Zeki, professore di neurobiologia alla University College of London, come Neuroestetica: una disciplina che mira all’incontro tra arte e scienza, due mondi che con il tempo sono stati considerati separati, ma entrambi essenziali per la vita dell’uomo. L’obiettivo, dunque, non è quello di dare una definizione assoluta e scientifica di bellezza, ma indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo mentre osserviamo un’opera d’arte o ascoltiamo un brano musicale, tentando di attribuire un carattere scientifico ai nostri stati emozionali e al nostro rapporto con l’arte.

Grazie alle nuove tecniche di brain imaging, che consentono di analizzare l’attività cerebrale di un soggetto sottoposto a stimoli dovuti all’osservazione di un oggetto, si può oggi trovare una relazione scientifica tra l’apprezzamento di un’opera d’arte e il funzionamento delle aree cerebrali coinvolte in tale azione. La vista, dunque, è la base di partenza per la percezione estetica. Zeki, nei suoi esperimenti, pone vari soggetti davanti a diverse immagini: quadrati colorati, quadrati in bianco e nero e quadrati in movimento; da questo esperimento riesce a studiare la risposta delle varie zone della visione a seguito di questi stimoli diversi tra loro.

Il cervello umano, dunque, scompone un oggetto nelle sue componenti di colore, forma, movimento e via dicendo, per poi ricostruirlo in un’unica immagine più complessa, arrivando ad un riconoscimento totale grazie, non dimentichiamolo, all’imprinting culturale e alla memoria di ogni soggetto. Capito ciò, il rapporto con uomo-arte continua a sembrare qualcosa di misterioso.

“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

La famosa Sindrome di Stendhal è il punto di arrivo estremo per noi raggiungibile. Come può essere che si realizzi un legame così forte, empatico, tra noi e l’opera d’arte o tra noi e l’artista stesso? Sembra inspiegabile in termini di razionalità e precisione scientifica, eppure la fondamentale scoperta da parte di un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Parma negli anni Novanta dei cosiddetti Neuroni Specchio ha segnato un punto di svolta nella ricerca scientifica. Un gruppo di neuroni individuati nell’area F5 delle scimmie, presenti anche nell’uomo, che si attivano sia quando siamo noi a compiere un’azione, sia quando osserviamo qualcun altro compierla. Importante sottolineare che le aree coinvolte sono quelle legate all’esperienza emozionale e quelle legate al movimento. Il fenomeno associato è quello dell’embodied simulation, ovvero della simulazione incarnata: la capacità di vivere le stesse emozioni che sta provando l’altro. E questo porta anche a comprendere com’è che stringiamo questo rapporto quasi viscerale con l’opera e con l’artista stesso. Riusciamo ad immedesimarci nel suo gesto, a ripercorrerne i movimenti, ma anche gli stati d’animo e, perciò, a captare il messaggio tacitamente o non tacitamente sottinteso all’opera, reinterpretandolo, facendolo nostro, anche, addirittura, rifiutandolo. E così, anima e corpo viaggiano.

Costanza Saliola

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