Cristianesimo annunciato da 52 voci

da Il Sole 24 Ore – 19 settembre 2021 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinale Gianfranco Ravasi illustra un testo utile per il cristiano che cerca le ragioni della speranza e per l’agnostico che ritrova le matrici di una grande tradizione culturale.

Non è raro il caso in cui vengo interpellato da lettori o da uditori su una questione che non è solo religiosa ma che ha risvolti anche culturali, tant’è vero che la domanda è spesso proposta da non credenti. Il tema è, di per sé, semplice: è possibile avere un testo che guidi nella teologia cristiana, senza incappare in un linguaggio così sofisticato da risultare autoreferenziale, e possibilmente senza rinserrarsi nell’alveo di una confessione, sia pure maggioritaria in Italia, come quella cattolica? Spesso vengono qui recensiti testi di esegesi, di morale, di teologia sistematica, di storia ecclesiale che, però, effettivamente respirano l’aria dell’accademia. Né, d’altra parte, si vorrebbe cadere nel terreno molle di una certa bibliografia che sconfina nel devozionale, né è sufficiente il genere pur legittimo della semplice catechetica.

All’interrogativo che ci siamo posti sembra voler rispondere una collana dal titolo simbolico non del tutto perspicuo per il lettore comune: stáchys, cioè «spiga», un vocabolo greco che ricorre solo cinque volte nel Nuovo Testamento. I discepoli di Gesù colgono le spighe masticandone i chicchi, suscitando lo sdegno dei farisei perché quel giorno era un sabato e, quindi, l’atto veniva rubricato come una violazione del riposo sabbatico (Marco 2,23-24). Inoltre, in una sua parabola Gesù, sempre pronto ad attingere alla vita quotidiana per le sue metafore, evocava «lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga» (4,28). È curioso notare, tra l’altro, che Stáchys è anche il nome proprio di un cristiano di Roma «carissimo» a Paolo che lo saluta nella finale della sua Lettera ai Romani (16,9).

La scelta del simbolo è così spiegata dai tre curatori di questa collana di teologia interconfessionale: «La spiga richiama la comunione delle differenze…, in quanto si presenta come un contenitore di semi diversi chiamati a formare lo stesso pane». In pratica sarebbe l’emblema del dialogo ecumenico tra cattolici, protestanti e ortodossi attorno ai temi nodali della teologia: dalla storia condivisa (ma anche divaricata) alla Bibbia e alla Tradizione, dall’ecclesiologia alla mariologia con la Madre di Dio verso la quale le Chiese cristiane si rivolgono con sguardi diversi, dall’escatologia, ossia il destino ultimo dell’umanità e dell’essere, alla liturgia, soprattutto eucaristica, dalla morale con un focus su quella sessuale, fino all’annuncio evangelico nell’attuale infosfera.

Ora, questo arco programmatico futuro è aperto da un glossario che seleziona cinquantadue «parole della fede», secondo un alfabeto che parte dall’«anno liturgico» per approdare al «vescovo», passando attraverso lemmi apparentemente roventi a livello teologico come «laico, presbitero, papa, matrimonio, grazia-giustificazione, sacramento» e così via. Spesso, infatti, su questi soggetti si sono consumate battaglie non solo nelle aule accademiche ma anche nelle piazze della politica e della società. Le analisi delle varie voci rivelano che le diversità non sempre devono generare ostilità, e le separazioni confessionali possono non essere divisioni aggressive o controversie nutrite di polemica.

Come scrive giustamente nella sua premessa l’importante teologo presbitero cattolico Giuseppe Lorizio (a cui si associa idealmente anche un altrettanto noto pastore e docente valdese, Fulvio Ferrario), «interconfessionale non è sinonimo di aconfessionale, ma sta piuttosto a indicare la pluralità di forme confessanti attraverso le quali si presenta il cristianesimo nell’oggi della storia». Proprio questo statuto metodologico, che è integrato dalla voce di uno studioso di teologia orientale ortodossa, il gesuita Germano Marani, permetterà di percorrere questo dizionario essenziale (ogni lemma non supera mai le tre/quattro pagine), come se fosse un’introduzione alla teologia sia per il cristiano che desidera conoscere con rigore e nitore «le ragioni della speranza che è in lui» (1 Pietro 3,15), sia per l’agnostico che può scoprire la matrice ideale della sua stessa cultura occidentale intrisa di cristianesimo.

In apertura si cita la convinzione di Walter Benjamin secondo la quale «il linguaggio non è per nulla al servizio della comunicazione mondana, ma è al servizio della rivelazione dell’Essere». Ebbene, in un tempo in cui la bulimia informatico-digitale sta banalizzando, estenuando e persino svuotando il valore delle parole, ritornare ai termini che annodano in sé essenza ed esistenza, trascendenza e storia diventa un’operazione non tanto apologetica contro un mondo secolarizzato, ma una riscoperta delle sorgenti autentiche. Percepire le convergenze e le divergenze, evitando la nebbia sincretistica o il duello fondamentalista, è, allora, un programma non solo religioso di «comunione nelle differenze» (per usare la formula di papa Francesco), ma anche di dialogo interculturale. E di fronte alle degenerazioni, che pure il cristianesimo ha registrato nella sua storia e da cui deve emendarsi, vale sempre l’appello evangelico dello starec ortodosso Zosima nei Fratelli Karamazov: «Non abbiate paura dei peccati degli uomini, amate gli uomini».

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