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Conferenze di pace di due porporati

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da Il Sole 24 Ore – 14 luglio 2019 – di Gianfranco Ravasi.

In questo articolo il Cardinal Ravasi ci racconta il rapporto tra fede e ragione e il dialogo interreligioso attraverso la figura di San Bonaventura.

Come sempre geniale, Dante compone un sorprendente incrocio: consapevole degli attriti tra i due Ordini religiosi, convoca il domenicano san Tommaso d’Aquino a esaltare Francesco d’Assisi, il capostipite dei Francescani, mentre è il francescano san Bonaventura da Bagnorea (Bagnoregio) a ricambiare «l’infiammata cortesia di fra’ Tommaso» e a tessere l’elogio di san Domenico, fondatore dei Domenicani. Siamo rispettivamente nei canti XI e XII del Paradiso. Noi ora fissiamo lo sguardo proprio sul secondo attore il cui pensiero, che ebbe altrettanto influsso per secoli sulla cultura cristiana, è in contrappunto con quello del suo collega. Ci riferiamo, quindi, a Bonaventura, denominato il «Dottore Serafico», una figura imponente dal punto di vista teologico, come ha dimostrato Joseph Ratzinger con uno dei suoi primi saggi (1959), San Bonaventura. La teologia della storia (tradotto nel 1991 presso l’editrice fiorentina Nardini), testimoniando un amore che è perdurato anche successivamente. Giustamente, perciò, quest’anno il prestigioso Premio Ratzinger è stato assegnato a una studiosa bonaventuriana importante, Marianne Schlosser, docente all’università di Vienna.

Noi ci interessiamo ora di un’opera particolare di Bonaventura, noto al pubblico piuttosto per il suo Itinerarium mentis in Deum (traduzione italiana presso La Scuola di Brescia, 1995), proclamato santo nel 1482 proprio da un papa francescano, Sisto IV e nominato Dottore della Chiesa da un altro pontefice francescano, Sisto V nel 1588. Si tratta delle Collationes in Hexamaëron, che vengono ora riproposte – a distanza di oltre trent’anni – nell’edizione italiana curata da uno specialista, Vincenzo Cherubino Bigi (1921-2003), sotto il titolo esplicativo La sapienza cristiana. Come dice l’originale Collationes, si tratta di 23 vere e proprie “conferenze” che Bonaventura tenne a Parigi, a partire dalla Pasqua 9 aprile fino a Pentecoste 21 maggio 1273 davanti a docenti e studenti universitari e a 160 frati. Il rimando all’Esamerone, cioè al racconto biblico della creazione in sei giorni (Genesi c. 1) è accidentale, a differenza delle omonime opere di sant’Ambrogio e san Basilio.

L’autore punta, invece, a un intreccio che si stava annodando in quel periodo storico – tutt’altro che “oscuro”, come vuole una certa vulgata riguardo al Medio Evo – cioè il nesso tra fede e ragione, tra teologia e filosofia, un vincolo ancor oggi per certi versi rovente. A differenza di Tommaso, il Dottore Serafico, pur non rinunciando all’elaborazione teorica, marca il primato della conoscenza di fede che ha il crocevia centrale nella figura di Cristo. Egli è il vero «albero della vita» che domina con la sua ombra sull’«albero della conoscenza del bene e del male», sempre per stare alla simbologia della Genesi (c. 2). Come scrive nel suo editoriale preliminare il medievista Inos Biffi, «tutto il mondo teologico di questa predicazione si dà convegno dentro l’orizzonte di Cristo medium omnium scientiarum (I, 11), cioè della metafisica, fisica, matematica, logica, etica, politica, teologia».

È, perciò, secondo il prisma ermeneutico cristologico che vengono affrontati i vari temi, a partire dalla Chiesa popolo di Dio in esodo verso la terra promessa governata da Cristo, per procedere verso l’interpretazione delle Scritture ove Bonaventura applica la tetralogia classica dei “sensi” che comprendono, certo, il “letterale” ma si espandono verso altre sfaccettature allegoriche, anagogiche, tropologiche, quindi trascendenti e spirituali. In pratica l’intelletto della verità deve nutrire e non disseccare l’intelletto d’amore e di fede. C’è poi un ampio squarcio sul tema della contemplazione con la quale egli s’affaccia sulla trascendenza che è simile a un sole eterno che esige di indossare lenti adatte per essere appunto “contemplato”. Anche se incompiuta, questa serie di collationes è simile a una ricca «architettura che presenta una foresta di guglie che si richiamano a vicenda in un insieme che dà le vertigini, come in una cattedrale gotica» (così il curatore Bigi).

Una settimana dopo l’ultima conferenza, il 28 maggio 1273, Bonaventura veniva creato cardinale dal piacentino papa Gregorio X Visconti, che l’aveva voluto come stretto collaboratore per il concilio di Lione, aperto il 7 maggio dell’anno successivo. L’assise si concludeva il 17 luglio, ma due giorni prima, all’una di notte del 15 luglio 1274, il Dottore Serafico si spegneva. Il papa, tra le lacrime, lo ricordava nel discorso di chiusura del concilio, imponendo a tutti i sacerdoti del mondo di celebrare una Messa in suffragio, dopo aver lui stesso presieduto i funerali di Bonaventura, immortalati tra l’altro in un dipinto della serie dei cinque quadri dedicati al santo nel 1629 da Francisco Zurbarán.

Di un altro cardinale di analoga genialità viene, in contemporanea, riproposto un saggio minore ma di straordinaria modernità. Stiamo parlando di Nikolaus Krebs, nato a Kues in Germania nel 1401, donde la denominazione latina di Cusano (morirà a Todi nel 1464). Nella memoria di molti egli è ricordato per il suo De docta ignorantia (1440) e, a livello scolastico, per la sua tesi sulla “coincidenza degli opposti” nell’infinta essenza di Dio. Ciò che, però, ora viene ripubblicato, con un’ampia premessa di un famoso antropologo culturale, il belga Julien Ries, anche lui cardinale, morto nel 2013 (un anno dopo la nomina), è il De pace fidei. Anche il Cusano era stato protagonista di un concilio, quello di Basilea (1432-35), ove si era battuto per l’unione di tutte le confessioni cristiane, tesi da lui ribadita nell’atmosfera ecumenica del successivo concilio di Ferrara-Firenze (1438-39).

Ma il 29 maggio 1453 gli Ottomani conquistavano Costantinopoli innalzando il verde vessillo dell’islam sulla capitale della cristianità orientale. Di fronte all’orrore dell’Occidente, il cardinale, che allora era anche vescovo di Bressanone, impugna la penna e scrive questo sorprendente libello che in controtendenza propone il dialogo interreligioso: non bisogna dimenticare che, anni dopo, nel 1461 comporrà anche una Cribatio Alachoran, ossia un vaglio critico del Corano ma lasciando aperti spiragli per un incontro. Nella Pace della fede, scritto proprio sull’onda dell’evento costantinopolitano quasi come un “instant book”, egli immagina un dialogo in cui il Verbo incarnato, cioè Cristo, sostenuto più avanti anche da Pietro, intesse un confronto col pensiero, le fedi, le concezioni di un’accolta di delegati delle varie nazionalità.

Sfilano, così, un greco, un italiano, un arabo, un indù, un caldeo, un giudeo, uno scita, un francese, un persiano, un siro, uno spagnolo, un tedesco, un tartaro, un armeno, un boemo e un inglese. Certo, come dichiara il Verbo, «la verità è unica e ogni intelletto può raggiungerla e le diverse religioni saranno ricondotte all’unica vera fede». Ma questa meta finale suppone la legittimità di tutte le vie di ricerca. È solo con questo dialogo e rispetto reciproco che «cesserà la guerra, il livore dell’odio e ogni male e tutti conosceranno che non vi è se non una sola religione, pur nella diversità dei riti e delle tradizioni». Una utopia, forse, ma anche un benefico vaccino contro le distopie dello scontro, della paura, della chiusura razzista, dell’integralismo religioso e culturale, «per placare la follia dell’ira e aiutare la verità a manifestarsi» nel dialogo e non imbracciando l’arma del rigetto. Ogni riferimento al presente è puramente casuale.