Celestino V oltre il gran rifiuto

da Il Sole 24 Ore – 12 maggio 2024 – di Gianfranco Ravasi.
In questo articolo il Cardinal Ravasi ci presenta una splendida edizione curata da Ugo Paoli e Paola Poli in cui è possibile leggere il verbale del conclave di Perugia con cui venne fatto pontefice Celestino V.

 

Eravamo sui banchi di scuola quando ci si spiegava che probabilmente «colui che fece per viltade in gran rifiuto» era papa Celestino V, il benedettino Pietro del Morrone. Dante, senza esitazione, l’aveva collocato nell’Antinferno (III, 59-60) tra gli ignavi, soprattutto perché con le sue dimissioni precoci, dopo soli 160 giorni circa di pontificato, aveva spianato la strada all’ascesa sul soglio di Pietro dell’anagnino Benedetto Caetani, il detestato Bonifacio VIII, «il gran prete, a cui mal prenda!». L’imprecazione è, in verità, messa in bocca dal poeta a Guido di Montefeltro che, a sua volta, sarcasticamente fa confessare al papa la sua soddisfazione implicita di avere ora lui in mano «le due chiavi che ’l mio antecessor non ebbe care» (Inferno XVII, 105).

È con una certa emozione che ora, in una splendida edizione curata da Ugo Paoli e Paola Poli, abbiamo la possibilità di leggere il verbale del conclave di Perugia con cui gli undici cardinali elettori avevano scelto come pontefice, dopo la morte di Niccolò IV e una lunga e tormentata sede vacante di oltre due anni, questo celebris sanctitatis vir, come lo definivano. Era il 5 luglio 1294, mentre una settimana dopo, l’11 luglio, una lettera veniva indirizzata allo stesso fra Pietro del Morrone per annunciargli l’elezione e chiederne l’accettazione. Questa coppia di testi è, però, solo il suggello di una sequenza di ben 143 bolle, lettere e decreti emanati da Celestino V durante i poco più di cinque mesi del suo pontificato e che costituiscono la sostanza del volume.

È paradossale ai nostri occhi che il primo documento da lui emesso a L’Aquila il 17 agosto 1294 sia una quietanza di duemila fiorini d’oro affidata a un politico militare, tale Gentile de Sangro, per assoldare truppe destinate a pacificare l’agitata Marca di Ancona, mentre l’ultimo, datato 11 dicembre, è una conferma di privilegi assegnati a un monastero di Sulmona. Certo, talora entrano in scena altri temi, come la curiosa concessione al re di Francia Filippo IV di essere assolto dal suo confessore, una volta in vita, dalla colpa e dalla pena dei peccati commessi.

Si può, comunque, immaginare quanto rimanesse turbata una figura di alta spiritualità com’era Pietro quando si era trovato avvoltolato e invischiato in una simile rete di questioni così temporali e spesso legate a risvolti economici o a beghe intraecclesiali. I curatori di questa edizione critica nella loro imponente ma preziosa introduzione offrono un’accurata classificazione dei soggetti del bullario o registro di Celestino V: dalle lettere politiche a quelle a favore del suo Ordine Morronese, dagli scritti per i vari Ordini religiosi (benedettini, domenicani, eremitani, ospedalieri, militari), fino ai molteplici decreti per la concessione di indulgenze e, come si è detto, alla documentazione sul conclave e sugli annunci della sua elezione, ma anche sulla regolamentazione del conclave stesso in futuro. Può sorprendere ma Celestino V, creò ben dodici nuovi cardinali – sette francesi e cinque italiani – in un concistoro tenuto a L’Aquila il 18 settembre, prima che il 5 ottobre partisse per Napoli, scortato dal re Carlo II di Francia.

Nella città partenopea alloggiò in una cella monacale allestita per lui nel Castel Nuovo. Fu in una sala di quel palazzo che il 13 dicembre 1294 lesse la dichiarazione di rinuncia adducendo – come scrisse uno studioso delle deposizioni, abdicazioni e rinunce al pontificato, J. Grohe – «ragioni conformi alla tradizione canonistica: malattia, ignoranza, desiderio di ritornare alla vita eremitica». Un atto che sarebbe stato rinverdito e riattualizzato da tutti i media in occasione della rinuncia formulata da papa Benedetto XVI lunedì 11 febbraio 2013, durante un concistoro a cui ebbi la sorte di partecipare.

Tra gli undici elettori di Celestino si segnalava il citato Benedetto Caetani: a distanza di dieci giorni dalla rinuncia del suo predecessore, il conclave convocato a Napoli lo eleggeva col nome di Bonifacio VIII. Era la vigilia di Natale del 1294. Uno dei suoi primi atti fu quello di relegare Pietro del Morrone nella rocca di Fumone, nel Frusinate, ove sopravvisse un anno e mezzo (morirà il 19 maggio 1296). Era, però, ritornato nel suo orizzonte di pace e spiritualità, di distacco dal mondo, di povertà e di preghiera. Il papa francese Clemente V lo proclamerà santo nella cattedrale di Avignone il 5 maggio 1313.

Bonifacio VIII fu, comunque, una delle figure capitali della cristianità medievale, nonostante la relativa brevità del suo pontificato (otto anni), assertore di una teocrazia ecclesiologica. Come scrivono i due curatori, «Celestino V aveva rappresentato la speranza di un rinnovamento della Chiesa, una Chiesa di uomini che si affidava all’aiuto di Dio per migliorarsi e andare avanti, mentre Bonifacio offrì una concezione di Chiesa come realtà soprannaturale in cui Dio interviene perennemente». Dalla Chiesa spirituale celestiniana si passava alla Chiesa «corpo mistico» di Cristo stesso. L’evento emblematico e simbolico della sua visione ecclesiale fu l’indizione del primo giubileo della storia con una bolla del 22 febbraio del 1300 trasferendo il centro della devozione e della pratica penitenziale da Gerusalemme a Roma, riaffermando in pienezza la suprema sovranità papale.

Con ben altro spirito, ma seguendo l’intuizione di papa Caetani, il giubileo ha attraversato i secoli con diverse scansioni temporali e approda ancora ai nostri giorni con quello del prossimo 2025. A margine ricordiamo che Celestino V, generoso dispensatore di indulgenze, il 29 agosto 1294, in occasione della sua consacrazione a pontefice nella chiesa di S. Maria in Collemaggio a L’Aquila, davanti a una folla di oltre duecentomila fedeli aveva emesso la cosiddetta “bolla del perdono” che valeva, però, solo per quella data, un evento spirituale, la “perdonanza”, che in realtà ancora oggi viene commemorato e celebrato.