Polifonie per la gloria di Dio


da “Il Sole 24 Ore” – 5 marzo 2017 – di Gianfranco Ravasi.

500x300-Musica-e-ChiesaCome è noto, “culto” e “cultura” hanno la stessa matrice filologica e, un po’ liberamente, si potrebbe dire che la “coltivazione” comune dovrebbe essere la bellezza. Ora, una delle epifanie supreme del bello esplode nella musica, ove umano e divino s’incrociano. Il famoso dottor Schweitzer, che era un importante teologo e un grande filantropo, ma anche un ottimo organista, nel suo saggio su Bach citava questa istruzione che quel sommo musicista indirizzava agli allievi sul modo di eseguire il basso continuo, ossia la linea più grave della composizione, destinata a reggere gli accordi degli strumenti più “polifonici”: «Si deve produrre un’armonia eufonica per la gloria di Dio o per il diletto della mente. Come per tutta la musica, il finis e la causa finale dovrebbero essere la gloria di Dio e la ricreazione della mente». È evidente come Bach annodi la lode cultica (sull’apice delle sue partiture poneva la sigla SDG, ossia Soli Deo Gloria) e il godimento estetico culturale.

La scorsa settimana in Vaticano si è svolto un affollato congresso internazionale che ha voluto fare il punto su mezzo secolo di musica liturgica, a partire appunto dall’unica istruzione ecclesiale universale, la Musicam Sacram del 1967, subito dopo il Concilio Vaticano II, e si è cercato di evitare le pur giustificate ma sterili querimonie e i timidi tentativi di apologia. Il titolo del convegno era appunto «Musica e Chiesa: culto e cultura». Le voci degli intervenuti e soprattutto dei relatori provenienti da tutto il mondo (non mancava naturalmente la testimonianza luterana, dato che la Riforma protestante, cancellando o almeno oscurando le arti figurative, si era affidata prevalentemente al linguaggio musicale, come appunto attesta Bach) saranno oggetto di verifiche nel corpo vivo della Chiesa e, si spera, di una qualche rinascita e persino, in più di un caso, di resipiscenza.

Non vogliamo né possiamo ora spremere il succo di quelle giornate che, accanto alla necessaria tutela della grandiosa e sontuosa eredità del passato, hanno scelto di stimolare un dialogo con le nuove grammatiche musicali, ferma restando la connotazione specifica che ha l’atto liturgico. D’altronde il coraggio di interloquire con la novità e persino con la piazza da parte dell’armonia sacrale del tempio è stato spesso il fil rouge della musica liturgica. Solo per fare un esempio, si pensi allo sconcerto che dovette creare il sovrapporsi progressivo alla purissima monodia del gregoriano da parte della polifonia con la sua simultaneità di voci e suoni dotati di una loro distinta individualità. Eppure nacquero capolavori come la Missa Papae Marcelli o il Sicut cervus del Palestrina, solo per addurre un esempio scontato. E lo stesso può ripetersi per la musica barocca.

Un esito che non ha segnato solo il culto ma anche la cultura, se è vero quello che in Lacrime e santi (1937) scriveva l’ateo Emil Cioran: «Quando voi ascoltate Bach, vedete nascere Dio… Dopo un suo oratorio, una cantata, una Passione, Dio deve esistere… E pensare che tanti teologi e filosofi hanno sprecato notti e giorni a cercare prove dell’esistenza di Dio, dimenticando la sola!». Ma già nel VI secolo uno scrittore latino come Cassiodoro nelle Institutiones elaborate per quella sorta di università, il Vivarium, che voleva fondare nei suoi possedimenti di Squillace, non esitava ad ammonire sul versante più etico che, «se continueremo a commettere ingiustizia, Dio ci lascerà senza la musica».

Naturalmente l’armonia della musica non riesce a sovrastare lo strepito, il fracasso, la chiacchiera che generano perversione e male. In certi periodi, però, si lasciavano intatte tante oasi di bellezza: pensiamo solo al Settecento di Mozart. A questo proposito è da segnalare una deliziosa “esecuzione” saggistica a quattro mani tra una nota musicista, la francese Claire Coleman, e il teologo argentino Fernando Ortega. Il titolo del libro è un po’ banale, Con Mozart, il sottotitolo è retorico, Un’esperienza dell’umano, ma per fortuna il contenuto è molto originale. Detto in breve, è una rilettura dei gioielli composti dal genio di Salisburgo tra il 1781 e il 1791 – Idomeneo, Ratto del serraglio, Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte e Flauto magico – distribuendoli su una duplice scansione della trilogia dantesca di inferno, purgatorio e paradiso. Parlavamo di un duplice itinerario, l’uno espressione della “umana commedia” con le prime tre opere, l’altro con la “divina commedia” che dal paradiso con un balzo trascendente ulteriore introduce al Regno, ossia nel cuore di Dio stesso. E qui, contrariamente a quanto io stesso avrei ipotizzato, il settimo e ultimo cerchio trascendente è affidato non al Requiem, bensì alla Clemenza di Tito. Leggere per credere, e per condividere (o meno) questa e altre proposte ermeneutiche offerte in un percorso forse eterodosso ma suggestivo.

Ma a questo punto dalle sfere celesti scendiamo nell’accidentata superficie del la nostra contemporaneità ove l’orecchio allenato alle armonie supreme e celestiali di un Bach o di un Mozart può trovarsi frastornato e assordato (è curioso che “assurdo” derivi da “sordo”…). In realtà, ogni epoca ha ricreato, rigenerato e talora anche degenerato i codici armonici secondo nuove e inedite sintassi. E allora cerchiamo di adattare l’orecchio alle moderne differenti lunghezze d’onda. Non costringiamoci subito allo sconcerto di un rap dei Public Enemy, degli Ice-Te Puff Daddy, o all’heavy metal e ai vari filoni dell’hard o del punk rock. C’è, infatti, già una “classicità” anche nella contemporaneità musicale. Naturalmente noi ora la evochiamo solo dal punto di vista dell’incontro musica e spiritualità, e allora basterebbe solo citare l’indimenticabile Leonard Cohen che ci ha appena lasciato.

È, però, altrettanto difficile non pensare – liberandolo da tutte le polemiche, pur legittime, riguardanti il Nobel assegnatogli – al “menestrello” Bob Dylan col suo simbolismo poetico che per molti di noi è affidato a Blowin’ in the Wind, ossia al vento e alla polvere del deserto biblico. È interessante che il n. 4000 di una rivista paludata come la Civiltà Cattolica dello scorso febbraio ospiti un breve ma intenso articolo proprio su Bob Dylan la cui “canzone soffia ancora nel vento”, come dice il titolo. E l’autore, il gesuita Claudio Zonta. riesce costruire il palinsesto “religioso del cantautore ebreo americano – a scovare una libera citazione del Vangelo di Luca (16,13): Indeed you’re gonna have to serve somebody / Well, it may be the devil or it may be the Lord / But you’re gonna have to serve somebody.

Ma, per una “classicità” ancora più contemporanea, ecco Springsteen, “The Boss”, classe 1949, che uno straordinario professore di religione, Andrea Monda, classe 1966, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, ha portato in scuola: il titolo del suo ritratto del compositore statunitense è, infatti, Springsteen in classe, facendolo diventare un compagno di banco non solo per i molti “temi didattici” che grondano suoi testi, ma anche perché occhieggiano parole pesanti come faithredemptionsaviourpromised land e un soggetto impegnativo, la religione col suo corollario dl morale e filosofia.

Ed è godibilissimo il continuo contrappunto che Monda intesse tra cultura, spiritualità e musica, a partire da quell’affascinante Thunder Road che apre l’album­principe del Boss, Born to Run, con l’attesa che «un salvatore si alzi da queste strade» perché è là che ci «attende il paradiso» e, perciò, «cercheremo di arrivare alla terra promessa», pur partendo da «una città piena di perdenti». Molte altre suggestioni ci offre Monda per condurre verso l’oggi musicale il nostro orecchio un po’ refrattario e adattarlo ad altri ritmi, anche perché, interrogato da Beppe Severgnini, Springsteen confessava: «L’immaginario cattolico, così come la Bibbia, è un modo straordinario di esprimere il viaggio dell’uomo, dello spirito umano. Io ritorno a quelle immagini d’istinto».

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