“Il cambio di cultura deve avvenire tra i giovani”


349x251 Immagine in evidenzada “La Stampa” – 19 ottobre 2017 – di Andrea Tornielli. Intervista al Cardinal Ravasi.

«Contro i femminicidi non serve l’educazione sessuale, perché i ragazzi di oggi sanno già tutto. Serve un’educazione culturale». Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, parla avendo ancora davanti agli occhi le domande emerse dagli studenti delle scuole romane nei due incontri del Cortile dei Gentili dedicato al tema della violenza sulle donne.

Perché in un’epoca sempre più attenta alla parità fra uomo e donna assistiamo a questi sfoghi di violenza?  

«Il livello di omicidi in Italia è tra i più bassi del mondo, ma è tra i più alti, invece, il livello dei femminicidi. Significa che all’origine c’è un elemento culturale, legato al maschilismo e a una società che considerava la donna come un essere inferiore. Ricordiamoci poi che solo negli Anni 80 in Italia è stato abolito il delitto d’onore».

Quali sono le origini del fenomeno?

«Già Martin Buber osservava che esistono due tipi di relazioni: quella “io-tu” e quella “io-esso”. Nella prima, l’altra persona è un “tu”. Nella seconda, l’altro è un oggetto. Nel femminicidio il maschio considera la donna, il suo “esso”, non vuole che qualcuno gli strappi ciò che considera un suo possesso. È la “cosificazione” della persona, ridotta a oggetto. Ciò è favorito da una perversione della categoria sesso. Nella nostra natura umana sono insiti tre livelli di rapporto: il primo è quello sessuale, fondamentale e istintivo. Poi c’è quello dell’eros, che comincia a essere una realtà non più solo istintuale e animale: la scoperta della bellezza, della tenerezza, della fantasia. Il terzo, che chiamiamo amore, è squisitamente umano ed è al livello più alto.

È ancora così per le giovani generazioni?

«La cultura contemporanea ha semplificato questi livelli. I ragazzi hanno rapporti sessuali a 14-15 anni. Magari c’è un barlume di affetto, ma inserito in una serie di esperienze di possesso. L’idea di possesso ce l’hanno nel cervello. Quando sono innamorati, la relazione normale avviene attraverso i messaggi con lo smartphone, con relazioni fredde. Bisogna insegnare ai ragazzi la tenerezza, che fa parte dell’eros, e i sentimenti, perché non vivano solo il possesso. Fino a qualche anno fa, nella relazione interpersonale tradizionale c’era contatto di sguardi, di colori, di odori. Oggi la relazione avviene nelle chat. È il problema del transumanesimo. Non serve l’educazione sessuale perché i ragazzi sanno già tutto. Serve un’educazione culturale, non solo psicologica. Uno dei prodromi del femminicidio è il non essere mai capace di considerare l’altro come un pianeta a sé, che ha una sua autonomia, e non una cosa da possedere».

Quando accadono questi fatti di cronaca si discute molto. E poi?  

«Ci sono le analisi e i dati dei sociologici. Manca il punto di vista antropologico. Fa paura la domanda sul perché, sulle cause profonde. Qui c’entra il discorso del peccato e della libertà della persona. Come leggiamo nel romanzo “Sonata a Kreutzer” di Tolstoj: quando non custodisci il sentimento, puoi trapassare dall’amore all’odio. E ci sono casi in cui il mistero del male è evidentissimo: pensiamo alla perversione di uccidere la figlia della propria ex compagna per provocarle un dolore indicibile, com nel recente assassinio di Nicolina».

Come si può cercare di invertire questa tendenza? Qual è il ruolo della cultura? 

«È mutato l’ambiente, l’atmosfera che respiriamo. Anche se ci sono agenzie educative come la scuola o la Chiesa, è difficile creare un’atmosfera diversa: come fai a insegnare ai ragazzi ad avere una relazione vera? La cultura contemporanea non dà questo aiuto, e il web va in tutt’altra direzione, veicolando violenza. Ma non ci si deve rassegnare: cultura e comunicazione non dovrebbero limitarsi a registrare i fatti di cronaca, ma riflettere in profondità. La cultura qualcosa di più potrebbe fare».

Papa Francesco insiste sulla valorizzazione della donna nella Chiesa: a che punto siamo?  

«In passato non è stato fatto molto. È interessante ribadire la funzione di Maria. Il Papa ha detto una cosa rilevante superando la logica “clericale” che sta alla base anche della richiesta del sacerdozio femminile: ha ricordato che nella Pentecoste ci sono gli apostoli – i vescovi – ma al centro c’è Maria, che non è sacerdote, ma conta più di tutti loro. Bisogna scoprire la funzione “gerarchica” di Maria e, per analogia, anche quella della presenza femminile nella Chiesa. C’è poi la Maddalena, una santa calunniata perché considerata una prostituta (mentre il Vangelo in realtà non dice che lo fosse): nella Chiesa dovrebbe esserci uno spazio alto, rilevante, per riconoscere tutte le vittime in campo femminile, le donne che hanno vissuto un’esperienza negativa».

 

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